Il nostro Paese è uno e dei principali produttori di tonno in scatola a livello europeo, secondo solo alla Spagna. Ed è tra i primi al mondo quanto a consumi, con un livello di penetrazione nelle famiglie che, secondo i dati Ancit (Associazione Nazionale Conservieri Ittici e delle Tonnare), sfiora il 96%. In altre parole, nelle dispense italiane una confezione di tonno sott'olio o al naturale non manca quasi mai. Ma non siamo certo un'eccezione. Il tonno è tra i pesci più consumati e apprezzati al mondo perché ricco di nutrienti, economicamente accessibile, assai versatile e molto comodo. E anche sostenibile?
In realtà, l'innocua scatoletta naviga da sempre in un mare di criticità sul doppio fronte ambientale ed etico. Tanto è vero che l'Onu ha istituito la Giornata mondiale del tonno, il 2 maggio, non tanto (o non solo) per sottolineare il suo ruolo chiave nell'economia e nella sicurezza alimentare di tanti Paesi, ma soprattutto per accendere i riflettori sui rischi legati alla pesca intensiva e per promuovere pratiche più sostenibili verso l'habitat marino e i pescatori. D'altra parte, migliorare la gestione globale del settore è fondamentale per riportare gli ecosistemi a uno stato sano e produttivo, assicurandosi la disponibilità di tonno a lungo termine.
Problemi etici e ambientali del tonno in scatola
I tonni sono tra i pesci a maggior valore commerciale del pianeta e sostengono la pesca sia su piccola scala sia a livello industriale. Secondo l'ONU ogni anno nel mondo vengono raccolte più di 7 milioni di tonnellate di tonno e specie affini, che rappresentano il 20% del valore della pesca marittima e oltre l’8% di tutti i prodotti ittici commercializzati a livello globale.
Attualmente oltre 96 Paesi sono coinvolti nella conservazione e gestione del tonno, che ha un valore annuo di quasi 10 miliardi di dollari. È, quindi, evidente il ruolo chiave di questo pesce non solo nell'economia e nel sostentamento di migliaia di persone, ma anche nello sviluppo sostenibile. Che però è ancora in alto mare, come emerge anche dallo studio "The State of World Fisheries and Aquaculture 2022" condotto dalla FAO, che ribadisce l'urgenza di maggiori investimenti e misure più stringenti per raggiungere una pesca più equa e sostenibile.
Se da un lato, infatti, i programmi della FAO e le campagne delle ONG stanno iniziando a dare risultati positivi, dall'altro il problema della pesca intensiva e delle sue conseguenze è più reale che mai. Alla domanda mondiale di questo prodotto in costante crescita, infatti, ha risposto l'aumento della capacità di pesca grazie a navi più grandi e veloci che possono operare in alto mare per periodi di tempo più lunghi.
Ancora oggi, dunque, la sostenibilità della pesca del tonno è minacciata da queste criticità:
• pesca eccessiva, con rischi per la conservazione degli stock di tonno più commercializzati;
• pratiche di pesca illegali, non dichiarate e non regolamentate (IUU - Illegal, Unreported and Unregulated fishing);
• impatto sugli ecosistemi e sull’habitat marino;
• perdita e abbandono di attrezzi da pesca (come il filo con cui sono fatte le reti da pesca), che oltre a intrappolare e uccidere gli animali inquinano i mari;
• utilizzo di dispositivi per l'aggregazione dei pesci (FAD, Fishing Aggregating Devices) pericolosi per gli altri animali (alcuni in via di estinzione) e non biodegradabili;
• violazioni dei diritti umani in mare.
Limitare la pesca eccessiva, combattere la pesca illegale, ricostituire gli stock ittici sovrasfruttati, mantenere le catture nei limiti dell'ecosistema e pescare in zone biologicamente sostenibili. Sono queste le priorità per salvaguardare l'ambiente marino e il tonno che portiamo in tavola.
Come proteggere gli stock ittici: le azioni necessarie
Oggi sono sette le specie più importanti a livello commerciale: il tonno pinna gialla (Thunnus albacares), il tonnetto striato (Katsuwonus pelamis), il tonno obeso (Thunnus obesus), il tonno bianco (Thunnus alalunga) e tre specie di tonno rosso (Thunnus Thynnus, Thunnus maccoyii, Thunnus orientalis). Il tonno pinna gialla e il tonnetto striato sono le due specie più presenti nelle conserve di tonno che compaiono sugli scaffali di supermercati italiani.
Le soluzioni per mantenere gli stock a un livello sostenibile? Più trasparenza e più controlli sulla cattura di tutti gli stock. La mancanza di un monitoraggio indipendente in molte attività di pesca del tonno rende impossibile rilevare pratiche illegali e catture accessorie di specie in via di estinzione. Un controllo permanente e indipendente da parte di osservatori umani e/o elettronici (telecamere) su tutte le navi da pesca limiterebbe molto questi rischi.
Negli ultimi anni, sono stati compiuti grandi passi avanti sulla conservazione degli stock ittici grazie a iniziative istituzionali, tra cui il programma da 50 milioni di dollari "Gestione globale sostenibile della pesca e della biodiversità nelle aree al di fuori della giurisdizione nazionale", cofinanziato dalle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) e dalla FAO. Grazie a questo piano, tra il 2014 e il 2019 il numero dei principali stock di tonno sottoposti a pesca eccessiva è sceso da 13 a 5. Inoltre, sono state ridotte le catture accessorie, anche grazie a workshop con i pescatori e allo sviluppo di FAD (Fish Aggregating Device) più rispettosi sia degli altri animali sia degli oceani.
Notizie rassicuranti sul fronte della conservazione degli stock più commercializzati in Italia (ma non solo) e a rischio di pesca intensiva arrivano anche dal report "Status of the World Fisheries for Tuna – March 2025" dell'ISSF (International Seafood Sustainability Foundation), che ha valutato lo stato e la gestione di 23 importanti stock commerciali di tonno, tra cui 5 di tonnetto striato e 4 di tonno a pinna gialla. In nessuno di questi 9 stock sono stati riscontrati casi di pesca eccessiva e di sovrasfruttamento.
Infine, le specie pinna gialla e tonnetto striato sono state inserite nella categoria "Minore preoccupazione" nella red list pubblicata dall'IUCN (International Union for Conservation of Nature and Natural Resources) nel 2021, in una scala che parte da questo livello per arrivare fino a "Estinta". Ai dati positivi presentati dall'IUCN sulla ripresa degli stock di tonno più commerciali, però, fa da contraltare la preoccupazione crescente per altre specie marine – come squali e razze – sulle quali incombe ancora il pericolo di estinzione proprio a causa della pesca intensiva, aggravata dal degrado dell'habitat marino e dal cambiamento climatico.
Bycatch: come i metodi di pesca del tonno mettono a rischio altri animali
Uno dei tasti più dolenti di questo settore è il "bycatch", ovvero la cattura involontaria durante la pesca del tonno di altri pesci o animali, anche di specie protette (come uccelli marini, delfini, tartarughe, squali, razze, spugne e coralli), che nella maggior parte dei casi non sopravvivono. Le catture accessorie rappresentano, dunque, una grave minaccia per la conservazione della biodiversità marina.
La responsabilità di quella che non è eccessivo chiamare mattanza va alle tecniche di pesca più utilizzate, che non permettono una cattura selettiva delle sole specie commercializzabili. Il metodo più a rischio di bycatch è la pesca a strascico, ma anche quelli con le reti a circuizione (il più utilizzato) e con i palangari non sono ancora abbastanza selettivi soprattutto quando sono utilizzati insieme ai FAD (dispositivi di aggregazione dei pesci), anche se sono allo studio sistemi per rendere gli attrezzi meno pericolosi per gli altri animali. Attualmente solo la pesca a canna, che consente di catturare i tonni uno a uno, abbatte il rischio di catture accidentali.
Il report "Tuna Fisheries' Impacts On Non-Tuna Species And Other Environmental Aspects 2025" dell'ISSF conferma che la maggior parte dei principali metodi di pesca dal tonno ha un impatto su altri animali e sugli habitat e/o ecosistemi marini. In alcune regioni, per esempio, le flotte con reti a circuizione utilizzano ancora FAD dotati di una struttura composta da vecchie reti che rischiano di intrappolare squali e altri pesci. Attrezzi da pesca e FAD abbandonati, persi o scartati, peraltro, danneggiano gli habitat e gli ecosistemi marini, perché continuano a catturare gli abitanti del mare (pesca fantasma) e producono inquinamento.
Sempre secondo l’International Seafood Sustainability Foundation (ISSF) circa il 66% delle catture di tonno a livello globale viene effettuato con reti a circuizione, seguito da palangari (9%) e lenze a canna (7%).
Rete a circuizione (purse seine)

Palangari (longlining)

I pescherecci con i palangari dispongono di cavi di nylon lunghi anche decine di miglia, su cui vengono attaccate centinaia di lenze e relativi ami. L'utilizzo di ami circolari, in sostituzione di quelli tradizionali "a J", contribuisce a ridurre la cattura accidentale di tartarughe marine e la mortalità di altri pesci, tra cui squali e razze. Anche in questo caso, l'utilizzo dei FAD aumenta il rischio di bycatch.
Pesca a canna

Di solito si svolge non lontano dalle coste, a bordo di pescherecci più piccoli, che ospitano poche decine di pescatori. Una volta individuato il branco si getta la lenza, composta da un lungo cavo sul quale sono inseriti uno o più ami. I tonni sono pescati uno a uno, quindi il metodo è molto selettivo, ma come è facile intuire, risulta anche molto più faticoso per i lavoratori.
Zone FAO: dove si pesca il tonno in modo più sostenibile
Da dove arriva il tonno che finisce sulle nostre tavole? Sulle etichette di alcuni prodotti, questa informazione viene espressa con una sigla: FAO 61, per esempio, che corrisponde all’Oceano pacifico. La Food and Agriculture Organization of the United Nations, infatti, ha mappato tutte le aree marine globali, attribuendo a ogni zona un numero identificativo. Un preciso sistema di classificazione che non consente solo di risalire alla provenienza del pesce, ma anche di capire se è stato pescato in un’area "buona", dove cioè gli stock non sono sovrasfruttati (stock ittici sostenibili) e i metodi di pesca sono più selettivi, cioè a basso rischio di catture accessorie.
Un valido supporto per identificare le aree di pesca FAO più o meno sostenibili è la "Guida pesci e frutti di mare" del WWF, che indica le zone "da preferire" o "seconda scelta" (stock ittici stabili e non sovrasfruttati, e/o pesci catturati con metodi sostenibili) e quelle “da evitare” (stock sovrasfruttati e metodi di pesca dannosi per l’ambiente e gli altri animali).
La tabellina qui sotto, che incrocia i dati della guida del WWF con quelli forniti dall’ISSF, può essere d’aiuto quando le confezioni di tonno non offrono informazioni complete.






