Covid, inflazione, aumento della povertà, Agenda 2030 sempre più vicina... niente sembra convincerci a cambiare rotta. Nel 2024 - denuncia l’ultimo rapporto dell’Osservatorio internazionale Waste Watcher - lo spreco alimentare è aumentato. E oltre la metà di questo sperpero, confermano i numeri a livello globale e nazionale, si consuma proprio a livello domestico. Nelle nostre case. Oggi, dicono i dati rilevati la scorsa estate sempre da Waste Watcher, ogni italiano butta circa 36 kg di cibo all’anno. Ne siamo consapevoli? È quanto ha verificato l’indagine “Italiani, spreco alimentare e sostenibilità del cibo” svolta da Ipsos per Altroconsumo, coinvolgendo un campione rappresentativo della popolazione italiana (1.000 cittadini maggiorenni).
L’inchiesta permette di misurare il livello di consapevolezza e maturità raggiunto dai nostri connazionali su uno dei settori chiave della sostenibilità: quello alimentare. L’ambito, cioè, dove si spreca di più in assoluto. E che chiama in causa varie criticità ambientali ed etiche, disseminate lungo filiere spesso poco trasparenti e non sempre sostenibili. Impegnarsi a ridurre lo spreco alimentare tra le mura domestiche sarebbe già molto. Ma impegnarsi ad acquistare solo cibi davvero “sostenibili”, cioè con una filiera trasparente che garantisca una produzione rispettosa sia dell’ambiente sia dei diritti dei lavoratori, rappresenterebbe la vera svolta.
Il regno dello spreco è la cucina… degli altri
Non ci facciamo caso, ma lo spreco è quotidiano: di acqua, energia elettrica, carburanti... Ma soprattutto di cibo. Un pezzo di pane secco oggi, un cespo di insalata appassita domani e, quasi senza rendercene conto, ogni anno buttiamo via chili di alimenti e non pochi euro. L’Osservatorio internazionale Waste Watcher calcola che, nel 2024, lo spreco alimentare costi all'Italia circa 13 miliardi di euro, di cui 7 miliardi e 445 milioni attribuibili proprio allo spreco domestico. In media, ogni famiglia italiana spreca circa, quasi 300 euro di cibo all'anno. Ebbene la consapevolezza sul problema c’è: oltre il 70% degli intervistati riconosce che il principale ambito di spreco, a livello sia nazionale sia famigliare, è proprio quello alimentare. Ciò che ancora manca è la conoscenza dell’impatto reale di questo spreco all’interno del proprio nucleo domestico, complessivamente sottostimato.
Ogni famiglia - ci dice il rapporto Waste Watcher dell’estate scorsa - spreca 683,3 g di cibo alla settimana, mentre oltre la metà degli intervistati ritiene che lo spreco settimanale famigliare sia inferiore ai 500 g e ben il 73% assicura di buttare via meno cibo rispetto alla media italiana, non si sa se per innocente ignoranza o per tacitare i sensi di colpa. Una colpa che, in fatto di spreco alimentare, pochi sono disposti ad accollarsi. Quando vengono interrogati sulle possibili cause, si chiamano in causa prima di tutto le confezioni eccessivamente voluminose, poi il deperimento accelerato dei cibi freschi acquistati al supermercato, infine il timore di consumare un alimento oltre il termine minimo di conservazione (come sarebbe possibile in molti casi). In pratica, si tende a dare la responsabilità dello spreco casalingo più a fattori “esterni” che ai propri comportamenti superficiali o disattenti. Lo conferma quel 75% di italiani che dichiara “noi non sprechiamo cibo”, in contraddizione con i dati dello spreco reale nel nostro Paese.