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Direttiva Case Green: che cos’è e quanto riguarda le nostre case

Ridurre i consumi degli edifici è una sfida climatica e sociale che coinvolge tutta l’Europa. Cosa prevede davvero la direttiva "Case green", perché è centrale nella transizione verde e cosa comporta nella vita quotidiana degli italiani.

06 marzo 2026
di Lorenza Resuli
mano apre porta e chiave nella toppa

La direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici (EPBD), più nota come direttiva "Case green", rappresenta una delle tappe fondamentali della transizione verde europea. Migliorare l’efficienza energetica degli edifici e ridurre i consumi delle case, infatti, significa intervenire su una delle principali fonti di spreco energetico e di emissioni inquinanti, con effetti diretti sull’ambiente, sulle bollette e sulla qualità dell’abitare. Questo vale a maggior ragione per l’Italia, Paese con un patrimonio edilizio in buona parte vecchio ed energivoro.

Negli ultimi mesi il dibattito pubblico si è acceso sulle possibili conseguenze economiche per le famiglie e per i proprietari di case. In realtà, l’EPBD non impone interventi automatici sui singoli immobili né introduce sanzioni per i cittadini. Stabilisce solo gli obiettivi europei comuni sulla riduzione dei consumi energetici, lasciando ai singoli Stati membri il compito (e la libertà) di definire come raggiungerli. Da queste scelte dipenderà l’impatto concreto della direttiva sulle case e sul risparmio in bolletta nel nostro Paese.

Anche se la direttiva non impone obblighi ai singoli cittadini, sapere cosa prevede permette sia di distinguere tra falsi allarmismi e scelte politiche reali, sia di rivendicare una transizione dell’abitare equa, cioè volta a migliorare l’efficienza energetica degli edifici senza gravare sulle famiglie.

Che cos'è la direttiva "Case green" e perché ci riguarda

La direttiva europea "Case green" definisce il quadro comune per migliorare l’efficienza energetica degli edifici residenziali e non residenziali nei Paesi dell’Unione europea, inserendosi nel piano strategico per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. I suoi obiettivi:

  • ridurre i consumi di energia;
  • limitare le emissioni associate all’uso degli edifici;
  • orientare la trasformazione del settore edilizio nel lungo periodo.

Come mai l’Europa preme tanto sull’efficienza energetica del patrimonio edilizio? Perché gli edifici assorbono circa il 40% dei consumi finali energetici e producono oltre un terzo delle emissioni inquinanti legate all’energia. Gran parte di questi consumi dipende da combustibili fossili, in particolare gas naturale importato per circa il 90% dall’estero e usato soprattutto sia per il riscaldamento sia per l’acqua calda sanitaria.

La dipendenza dalle importazioni incide direttamente:

  • sulle bollette, sempre più esposte alla volatilità dei prezzi dell’energia;
  • sulla sicurezza energetica, come dimostrano le crisi periodiche del gas;
  • sulle disuguaglianze sociali, perché le case meno efficienti consumano di più e costano di più.

Migliorare l’efficienza degli edifici significa agire dove si concentra la maggior parte dei consumi. È qui che si gioca la partita principale della transizione verde dell’abitare.

La sua evoluzione e il recepimento in Italia

Nata all’inizio del Duemila per migliorare l’efficienza energetica degli edifici di nuova costruzione, nel tempo la direttiva ha esteso il suo raggio d’azione a tutto il patrimonio edilizio esistente e rinforzato la pianificazione a lungo termine.

La revisione del maggio 2024 conferma questa linea e un principio chiave: non esiste una soluzione unica valida per tutti i Paesi, ognuno con un contesto locale, patrimoni edilizi, condizioni climatiche e contesti sociali diversi. Per questo la direttiva lascia agli Stati membri un'ampia autonomia sull’attuazione.

L’Italia dovrà recepire la EPBD entro il 29 maggio 2026. Si tratta di un passaggio delicato, perché il patrimonio edilizio italiano è:

  • molto esteso;
  • costruito in larga parte prima dell’introduzione degli standard energetici moderni;
  • estremamente disomogeneo per tipologia, età e contesto sociale.

Le scelte fatte in questa fase determineranno la stabilità delle regole, gli incentivi disponibili e la capacità delle famiglie e degli inquilini di affrontare la transizione energetica senza sobbarcarsi costi… insostenibili.

Cosa prevede la direttiva…

La direttiva chiede agli Stati dell'Unione europea di ridurre, rispetto ai consumi del 2020, il consumo energetico medio nazionale degli edifici residenziali:

  • del 16% entro il 2030;
  • del 20–22% entro il 2035.

Almeno il 55% della riduzione dovrà derivare dalla riqualificazione degli edifici con le prestazioni energetiche peggiori. Ciò significa concentrare gli sforzi dove il potenziale di risparmio energetico è maggiore, non imporre interventi a tappeto su tutte le abitazioni. Gli obiettivi europei di riduzione complessiva dei consumi, infatti, dovranno essere raggiunti a livello nazionale, tenendo conto di tutti gli interventi nel complesso. 

Per gli edifici non residenziali, la direttiva prevede standard minimi di efficienza, con priorità  per gli edifici più energivori. Anche gli edifici pubblici sono coinvolti, soprattutto a titolo di esempio, senza obblighi particolari per i cittadini.

La direttiva, infine, punta al superamento dei combustibili fossili intorno al 2040, ma come obiettivo di pianificazione, non come scadenza obbligatoria per le famiglie. Ancora una volta, insomma, tutto dipenderà da come l’Italia deciderà di affrontare questo percorso.

… e che cosa non prevede

La direttiva detta la tabella di marcia, obiettivi generali, ma è bene sottolineare che:

  • non prevede l’obbligo di ristrutturare in tempi brevi la propria casa;
  • non fissa sanzioni per chi non interviene sul proprio immobile;
  • non impone divieti di vendere o affittare la propria casa;
  • non obbliga a sostituire le caldaie esistenti.

L’impatto reale della direttiva sui cittadini, dunque, dipenderà esclusivamente dalle scelte politiche nazionali.

Come guida la transizione verde dell’abitare

Anche se la direttiva non stabilisce obblighi per le singole abitazioni, il suo impatto sul settore edilizio è un po' più ampio. Oltre a ridurre consumi ed emissioni con la riqualificazione degli edifici energivori, incentiva gli investimenti verso soluzioni sostenibili.

Su questa scia si collocano tre aspetti chiave che chiamano in causa i cittadini: l’incentivo all’uso dell’energia da fonti rinnovabili, la lotta alla povertà energetica e la progressiva riduzione dei combustibili fossili negli impianti di riscaldamento.

In questi tre ambiti, la direttiva può tradursi in vantaggi ambientali, economici e sociali anche senza introdurre obblighi automatici per ogni abitazione.

Incentiva l'utilizzo di energia solare e da fonti rinnovabili negli edifici

La transizione green del patrimonio edilizio si raggiunge anche rendendo gli edifici strutturalmente compatibili con sistemi di produzione di energia rinnovabile.

L’obiettivo è semplice: l’integrazione progressiva del solare nella progettazione e nella trasformazione degli immobili, puntando sulla predisposizione tecnica per l’istallazione anche futura di pannelli fotovoltaici, attraverso coperture adatte e spazi tecnici appositi.

Combatte la povertà energetica e le disuguaglianze con case più efficienti

I dati sugli Attestati di prestazione energetica (APE) fanno emergere un Paese di case vetuste ed energivore: tra il 43% e il 47% degli edifici certificati si colloca nelle classi energetiche F o G, mentre quelle intermedie D ed E rappresentano circa un terzo del totale e soltanto il 18–22% rientra nelle classi più efficienti.

Questa distribuzione ha effetti diretti sulla spesa energetica delle famiglie:

  • maggiori consumi per raggiungere un comfort adeguato;
  • bollette più alte;
  • vulnerabilità ai rincari.

Non è un caso che la povertà energetica riguardi tra l’8% e il 10% delle famiglie italiane. In questo contesto, la direttiva viene spesso percepita come un’ulteriore minaccia economica. Se ben applicata, al contrario, può contribuire a ridurre nel tempo proprio quelle disuguaglianze che oggi colpiscono chi vive negli edifici peggiori.

Riduce i combustibili fossili

La direttiva non raccomanda solo di consumare meno energia, ma anche di consumare energia meno inquinante. Dal 2025 sono stati interrotti gli incentivi pubblici per installare nuove caldaie alimentate esclusivamente da combustibili fossili, ma l’obiettivo dei prossimi anni è ridurre progressivamente l’uso di questi combustibili negli impianti di riscaldamento.

Questo, però, non significa che gli apparecchi esistenti siano vietati, vadano sostituiti o non si possano riparare.

I costi della direttiva, tra investimenti e scelte politiche

È molto difficile quantificare i costi di adeguamento del patrimonio edilizio italiano agli obiettivi della direttiva. I risultati degli studi variano in funzione delle ipotesi adottate e degli interventi considerati. Le stime di Nomisma, per esempio, parlano della necessità di investimenti complessivi tra 70 e 110 miliardi di euro entro il 2030.

Le stesse analisi indicano che gli edifici potenzialmente coinvolti dagli interventi di riqualificazione più rilevanti sono compresi tra 1,3 e 1,7 milioni. Ma gli studi citati dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica mostrano anche che interventi ben progettati sugli edifici più energivori possono ridurre i consumi del 40–50%, mentre interventi frammentati produrrebbero ben pochi benefici.

Incentivi, APE e Passaporto di ristrutturazione: informare e semplificare

Gli incentivi economici potranno coprire solo una parte degli interventi di efficienza energetica e sostituzione degli impianti necessari per raggiungere gli obiettivi della direttiva. In Italia il principale strumento è il Conto Termico, affiancato a livello europeo dal Fondo sociale per il clima per tutelare le famiglie più vulnerabili.

Accanto agli incentivi economici, la direttiva punta su strumenti informativi per aiutare cittadini e proprietari a capire, pianificare e decidere nel tempo gli interventi sulle abitazioni. Un esempio sono i nuovi modelli di Attestato di prestazione energetica (APE) da adottare entro maggio, arricchiti di nuovi indicatori su consumi, emissioni e fonti rinnovabili, per capire meglio come e dove viene consumata più energia all’interno di un edificio.

Ai nuovi APE si affianca il Passaporto di ristrutturazione, che non impone interventi, ma propone una pianificazione coerente per migliorare l’efficienza energetica dell’edificio, evitando lavori superflui e scelte costose inutili. APE e Passaporto confluiranno in banche dati nazionali, semplificando l’accesso alle informazioni e riducendo la burocrazia.

La direttiva “Case green” è solo una cornice. Al suo interno, le scelte italiane potranno trasformare la transizione dell’abitare in un peso sociale oppure in un’occasione per rendere le case più efficienti, le bollette più leggere e le decisioni più consapevoli.

Il ruolo di Altroconsumo e di HORIS nella transizione degli edifici

Le scelte sull’efficienza energetica delle case incidono direttamente sulla spesa per l’energia, sulla qualità dell’abitare e sul valore degli immobili. In questo contesto si inserisce HORIS, il servizio di Altroconsumo dedicato all’efficienza energetica degli edifici, sviluppato con il sostegno del programma europeo LIFE. HORIS offre strumenti di analisi e confronto per aiutare cittadini e operatori a valutare soluzioni tecniche, costi e benefici, supportando decisioni informate in un percorso che richiede investimenti rilevanti e produce effetti duraturi.

Altroconsumo segue il processo di attuazione della direttiva EPBD chiedendo regole chiare, strumenti comprensibili e informazioni indipendenti per evitare che l’incertezza normativa o l’informazione scarsa si traducano in costi inutili per i cittadini. Solo così la transizione dell’abitare potrà essere davvero equa, accessibile e sostenibile.