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Stop alla distruzione degli abiti invenduti: cosa cambia con le nuove regole europee

Ogni anno milioni di vestiti nuovi vengono distrutti senza essere mai indossati. Una nuova norma europea prova a mettere fine a questa pratica imponendo il divieto di eliminare i capi invenduti, ma le numerose deroghe previste rischiano di limitarne l'efficacia.

31 luglio 2026
scarpa bruciata

Mai venduti né indossati. Ogni anno in Europa, milioni di capi di abbigliamento nuovi rimasti nei negozi vengono distrutti (si stima 4-9% della produzione). Questa pratica è stata a lungo tollerata, soprattutto nel segmento del lusso, dove la distruzione dell’invenduto è stata utilizzata per preservare l’esclusività dei marchi ed evitare la svalutazione dei prodotti (per esempio attraverso il canale degli outlet), oltre che per non intasare i magazzini.

Una pratica obbrobriosa che, secondo alcune stime, ogni anno genera 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂ equivalenti. Grazie al regolamento europeo sull’ecodesign (ESPR), dal 19 luglio 2026 le grandi imprese della moda non potranno più incenerire capi d’abbigliamento, accessori e calzature (per le aziende di medie dimensioni il bando scatta invece nel 2030, lasciando loro più tempo per adeguare modelli produttivi e logistici).

Il provvedimento non si limita a vietare una pratica, ma impone anche maggiore trasparenza. Le aziende saranno infatti tenute a comunicare pubblicamente informazioni dettagliate sulla quantità di prodotti invenduti e sulle modalità con cui vengono gestiti. L’obiettivo è rendere visibile un fenomeno finora poco tracciato e incentivare comportamenti più responsabili lungo tutta la filiera.

Le eccezioni però esistono: prodotti danneggiati, pericolosi o non riutilizzabili potranno ancora essere smaltiti come rifiuti, ma questa operazione dovrà essere documentata e giustificata.

La nuova normativa si inserisce in una strategia più ampia dell’Unione europea per rendere il settore tessile più sostenibile. In questo contesto, la priorità è spostare il focus dalla produzione e smaltimento a modelli basati sui principi dell’economia circolare.

Le imprese sono chiamate a ripensare il proprio modello di business, assumendosi la responsabilità dell’intero ciclo di vita dei prodotti. La qualità di un prodotto non può più essere separata dalla sua sostenibilità, né il prestigio di un marchio dalla responsabilità delle sue scelte.

La strada maestra dovrà essere sempre alternativa alla spazzatura, cioè rivendere, donare, rigenerare. Insomma, i marchi sono chiamati a fare i conti con quello che producono, riducendo gli sprechi e l’impatto ambientale di un settore, quello della moda, tra i più inquinanti al mondo.

Le deroghe rischiano di ridurre l’impatto della riforma

Il principio introdotto dall’Europa è importante, ma non significa che ogni prodotto invenduto dovrà essere recuperato. Sono previste alcune deroghe che consentono ancora la distruzione in casi specifici. Possono essere eliminati, ad esempio, i prodotti contaminati, deteriorati o non sicuri, quelli con difetti di progettazione o fabbricazione che non possono essere riparati, gli articoli che violano diritti di proprietà intellettuale oppure quelli che, dopo essere stati offerti in donazione per almeno otto settimane, non trovano alcun soggetto disposto ad accoglierli. In tutti questi casi spetta all’azienda dimostrare di aver applicato correttamente la deroga, conservando la documentazione per cinque anni.

Si tratta di eccezioni comprensibili quando rappresentano davvero l’ultima soluzione possibile. Il rischio, però, è che alcune formulazioni risultino troppo ampie e finiscano per lasciare margini di interpretazione.

Dove si annidano i rischi

Secondo l’analisi di Altroconsumo, alcuni aspetti meritano particolare attenzione. Uno dei punti più delicati riguarda il concetto di “riparazione non economicamente conveniente”. Se il confronto viene fatto rispetto al prezzo fortemente scontato di un capo rimasto invenduto, anche un intervento di riparazione relativamente modesto potrebbe essere considerato antieconomico, rendendo più semplice autorizzarne la distruzione.

Anche il sistema delle donazioni presenta possibili criticità. L’obbligo di offrire i prodotti agli enti del terzo settore rappresenta un passo avanti, ma dovrebbe essere accompagnato da criteri più rigorosi sulla reale visibilità delle offerte e da strumenti che facilitino l’incontro tra aziende e organizzazioni interessate. Pubblicare un avviso poco visibile o proporre quantità ingestibili potrebbe infatti trasformare un obbligo sostanziale in un semplice adempimento formale.

Infine, sarebbe importante evitare che l’invenduto stagionale venga automaticamente assimilato a un prodotto destinato alla distruzione: una collezione estiva rimasta nei magazzini non perde il proprio valore soltanto perché cambia la stagione.

La sfida è costruire un’economia circolare

La novità introdotta dall’Europa afferma per la prima volta il principio secondo cui distruggere prodotti nuovi deve diventare un’eccezione e non una normale pratica di gestione del magazzino. Perché questo cambiamento produca effetti concreti, però, serve completare la trasformazione dell’intera filiera. Un sistema davvero circolare è quello in cui un prodotto viene progettato per durare più a lungo, può essere riparato a costi accessibili, viene riutilizzato quando possibile e riciclato solo come ultima opzione.

In questa direzione, Altroconsumo ritiene fondamentale l’introduzione della responsabilità estesa del produttore, che dovrebbe finanziare attraverso un contributo ambientale una gestione più sostenibile del fine vita dei prodotti tessili. Un primo passo è arrivato con l’approvazione della bozza di decreto da parte della Conferenza Stato-Regioni, che dovrebbe diventare legge entro la fine del 2026.

La sfida, quindi, riguarda il modello di produzione e di consumo che vogliamo costruire nei prossimi anni, e che è al centro del capitolo Altrovestire di Impegnati a cambiare. Se il valore di un capo continua a esaurirsi nel momento in cui esce di moda, la sostenibilità resterà un obiettivo lontano. Se invece ogni prodotto viene progettato pensando alla sua seconda vita, il divieto di distruggere l’invenduto può diventare il punto di partenza di un cambiamento molto più profondo.