Nella sede della Caritas di Montevarchi (Arezzo), tra scatoloni pieni di abiti donati e l'operosità dei volontari intenti a smistarli, tutto è cominciato quasi per caso. Come alcune grandi sinfonie, ispirate da una nota sbagliata, certe storie nascono da tessere fuori posto che si trasformano in rivelazione. Nei pacchi destinati alle persone in difficoltà, insieme a maglie e scarpe comode, spuntano minigonne con paillettes, scarpe con i tacchi a spillo, abiti da sera, capi d'alta moda. Stupendi, ma inutilizzabili per chi vive in strada.
È in questa apparente frattura tra bisogno e bellezza che si fa largo l'intuizione di una volontaria, Letizia Baldetti: «Quegli abiti non possono essere distribuiti ai poveri, ma possono essere venduti. E il ricavato può diventare un pasto, una bolletta pagata, un luogo dove dormire». Un’idea che il parroco don Mauro Frasi abbraccia con lo stesso entusiasmo con cui apre le porte della sua casa famiglia ai «poveri tra i poveri» e a chiunque versi in stato di bisogno.
Come nasce Clothest, l’e-commerce solidale della moda second hand
Al principio l'iniziativa è poco più di un esperimento su eBay: qualche foto accompagnata da una descrizione e tanta buona volontà. Poi si evolve in un progetto strutturato, fino a diventare quello che oggi è Clothest. «Un e-commerce solidale – spiega Baldetti –, il cui ricavato viene utilizzato integralmente per finanziare la Casa Famiglia di Montevarchi, che accoglie una cinquantina di persone, ma anche per sostenere duecento famiglie in difficoltà sul territorio».
Ogni capo in vendita è frutto di una donazione, ma dietro la vetrina virtuale e la pagina Instagram di Clothest c'è un lavoro tutt'altro che improvvisato. A renderlo possibile è un gruppo di giovani volontari a proprio agio con tecnologia e creatività, appassionati di sociale e di moda.
Dopo aver selezionato e sanificato i capi, li fotografano, li catalogano, li raccontano. Alcuni fanno da modelli, altri curano la logistica, altri ancora la comunicazione sui social. Clothest è tutto questo: centinaia di vestiti, scarpe e accessori venduti, un magazzino organizzato, shooting, lookbook, sfilate. Una sorta di redazione di moda che, però, è parte integrante di una comunità di accoglienza.
Don Mauro vede una luce di speranza in questi giovani: «Sono consapevoli del loro talento e del valore umano che questo assume quando è donato agli altri. Sanno che gli abiti sono un mezzo: ciò che Clothest chiede davvero è di riconoscere che in ogni oggetto inutilizzato c'è una relazione in attesa, una risorsa che aspetta di trovare la sua direzione».
Moda e fragilità, il binomio possibile
Un paradosso, allora, questa convivenza tra moda e fragilità? No, se si pensa che qui i vestiti firmati e di qualità, proprio perché usati, smettono di essere simboli di lusso e diventano custodi di storie, ricordi, passaggi di vita. «Una madre ha donato l'abito di matrimonio del figlio, indossato un solo giorno e poi rimasto chiuso in un armadio. Una ragazza, invece, la camicia comprata per la sua prima festa aziendale: voleva che portasse fortuna a chi l'avrebbe indossata dopo di lei», racconta Letizia. Il capo d'alta moda second hand diventa così un moltiplicatore di memoria e di sostenibilità.
Non è un caso che don Mauro descriva la moda non il mezzo non il fine: «Parlare di povertà è ancora oggi un tabù, ma diventa più accettabile se il discorso passa attraverso la moda. Questo non significa rinunciare alla profondità, bensì usare una soglia di ingresso più facile da attraversare. Quando qualcuno si avvicina attratto da un abito firmato e scopre chi sta aiutando con il suo acquisto, la bellezza ha già fatto il suo lavoro, ha aperto la strada alla verità. Non è molto diverso da ciò che ha sempre fatto l'arte».
Da qui nasce il nome Clothest, neologismo costruito sul superlativo dell'inglese clothes (vestiti). Non a caso, "vestiti superlativi" è il payoff che accompagna il marchio sul sito.
La sostenibilità oltre il riuso
Il confronto con il mondo del second hand diventa inevitabile, dato che molte piattaforme hanno reso normale rivendere abiti usati. «Spesso, purtroppo, si rivendono capi di fast fashion per guadagnare pochi euro – puntualizza Baldetti –. Ma non basta che un oggetto cambi proprietario per diventare sostenibile. Deve produrre valore per qualcun altro».
La questione è più profonda. «La sostenibilità non è solo nel riuso. Possiamo riempire armadi di usato e continuare a consumare nello stesso modo di prima. Oppure possiamo usare il second hand come occasione per cambiare davvero il nostro rapporto con le cose». Clothest quindi ci invita a un cambio d'abito mentale e pratico, a sovvertire i canoni di oggi, secondo cui la novità è preferibile alla durata, desiderare è più appagante che custodire, consumare è meglio che ricordare.
Dalla moda all’inclusione, quando gli abiti restituiscono dignità
Don Mauro spinge la riflessione più in là: «I modelli di produzione e di consumo odierni non solo prosciugano enormi risorse naturali, ma erodono qualcosa di più profondo e umano, vale a dire il senso del valore delle cose, e con esso il senso del valore delle persone. Una "cultura dello scarto che tende a diventare mentalità comune e contagia tutti", come ha denunciato più volte papa Francesco».
Nella casa famiglia che dirige, questo meccanismo dello scarto ha un volto preciso: «Sono persone che la società considera invisibili, lo specchio di ciò che non si vuole vedere. Tra loro ci sono poveri nati nella povertà, ma anche laureati, artisti, imprenditori che hanno perso tutto. La distanza tra una vita "normale" e una vita ai margini è più sottile di quanto si possa credere. Accoglierle significa abbandonare l'illusione che la fragilità appartenga solo agli altri. Siamo un'unica umanità, in momenti diversi della stessa storia».
È in questo orizzonte che Clothest, oltre a sostenere l'accoglienza dei più fragili e a rimettere in circolo ciò che è inutilizzato, restituendogli valore e dignità, coltiva un sogno ulteriore: diventare un'impresa sociale capace di offrire lavoro proprio alle persone accolte nella casa famiglia. Perché, come dice don Mauro, «chi riceve scopre che esiste ancora qualcuno disposto a vederlo. In fondo, è sempre di questo che abbiamo bisogno, di essere visti». Una seconda vita agli abiti, un'altra vita – migliore – alle persone. Il cerchio si chiude.
Per acquistare e donare
Su Clothest è possibile acquistare capi d’alta moda di seconda mano e, allo stesso tempo, contribuire al sostegno della Casa Famiglia di Montevarchi. Chi invece possiede abiti firmati in buono stato che non utilizza più può donarli, rimettendoli in circolo e trasformandoli in una risorsa concreta.