giovedì 08 febbraio 2024

Un abito su misura

Il settore tessile, secondo le Nazioni Unite, è responsabile del 10% delle emissioni globali di anidride carbonica e consuma oltre il 20% dell’acqua per usi industriali, dietro solo all’agricoltura. E non è l’unico impatto. Anche per questo abbiamo deciso di dedicare ad “Altrovestire” il primo approfondimento di Impegnati a cambiare. Le regole auree da seguire sono quelle del ridurre, riusare e riciclare. Principi fatti proprio su misura per garantirci il futuro.

Altrovestire
Editoriale di Alessandro Sessa
donna prova abito in negozio

Sapevate che per produrre una camicia occorrono 3.000 litri d’acqua dolce, pari a quella che una persona consuma in due anni e mezzo?

Da quando espressioni come “crisi climatica” e “sostenibilità” sono diventate un campanello d’allarme sempre più forte, abbiamo realizzato che anche la moda inquina. Lo fa da sempre, certo, ma il problema è stato amplificato non poco dalla tendenza a considerare i capi di abbigliamento alla stregua di prodotti usa e getta.

Quello tessile è il secondo settore più inquinante al mondo: secondo le Nazioni Unite, è responsabile del 10% delle emissioni globali di anidride carbonica e consuma oltre il 20% dell’acqua per usi industriali, dietro solo all’agricoltura. E non è l’unico impatto. Dai nostri capi di abbigliamento sintetici - lavati e rilavati più volte – arriva il 35% delle microplastiche finite nei mari e negli oceani: la bellezza di 14 milioni di tonnellate.

L’Agenzia europea dell’ambiente conferma: nel 2020 il settore tessile è stato la terza fonte di degrado delle risorse idriche e dell’uso del suolo. In quell’anno, per fornire abiti e scarpe a ogni cittadino Ue sono stati necessari in media  9 metri cubi di acqua, 400 metri quadrati di terreno e 391 kg di materie prime. Abbigliamento che, complice ancora una volta la fast fashion, sempre più precocemente verrà buttato via.
Si calcola che ogni anno oltre l’85% dei tessuti finisca in discarica o venga bruciato e che i rifiuti tessili raggiungano quasi i 100 milioni di tonnellate. Vestiti spesso e volentieri in fibre sintetiche derivate dal petrolio, non biodegradabili e ben poco riciclabili. D’altra parte, a livello globale meno dell’1% dei vestiti viene riciclato.

In questo scenario più black che green, qualcosa sta cambiando anche nel nostro Paese.
Un numero sempre maggiore di marchi ha già imboccato la strada della sostenibilità e dell’economia circolare, rivedendo i propri impianti produttivi e adottando certificazioni più severe, in linea con gli ESG, mentre PMI virtuose e start up innovative hanno già lanciato o stanno investendo su tecnologie innovative per riciclare i materiali, inventare nuove fibre e tessuti completamente biodegradabili e persino calcolare con precisione il proprio impatto ambientale.
E i consumatori stanno dimostrando di voler fare la loro parte. In che modo? Seguendo con frequenza sempre maggior alcune semplici regole di comportamento: ridurre (gli sprechi), riusare (utilizzare fino in fondo ciò che abbiamo nel guardaroba) e riciclare (dare una nuova destinazione a quello che non mettiamo più).
Facciamo nostri questi principi: per garantirci il futuro, sembrano fatti apposta. Proprio come un abito su misura.

Impegnati a cambiare

Vogliamo costruire insieme una nuova cultura del consumo, dove ogni scelta individuale possa contribuire al benessere collettivo. Noi siamo pronti, ma per farlo abbiamo bisogno anche di te. E questo è solo l'inizio. Partiamo insieme?

Facciamo subito il primo passo concreto, ricevi in omaggio la guida “Pochi ma buoni” per fare scelte green anche in fatto di stile.