Tutto ciò che portiamo in tavola ha un impatto sul pianeta: dalla scelta degli alimenti alla loro produzione, dalla lavorazione al trasporto, fino al tipo di imballaggio. Ogni fase della filiera conta.
Anche se il packaging incide in misura relativamente ridotta sull'impronta ambientale complessiva di un determinato cibo, scegliere confezioni ecosostenibili non è certo marginale per l’ambiente: significa ridurre la produzione di rifiuti, limitare l’uso di materiali non riciclabili e orientare il mercato verso soluzioni più responsabili.
Abbiamo chiesto a Livia Biardi, esperta di chimica e ambiente di Altroconsumo, tutto quello che è utile sapere per scegliere imballaggi alimentari realmente rispettosi dell’ambiente, evitando la trappola dell’ecologia di facciata (greenwashing), senza rinunciare alla qualità e alla sicurezza di ciò che si mette nel piatto.
Packaging alimentare: l’impatto sull’ambiente
Per i prodotti alimentari, ciò che ha un impatto maggiore sull’ambiente è il tipo di cibo stesso, soprattutto in termini di produzione di gas serra. Il packaging pesa solo in minima parte: meno dell’1%, per esempio, nel caso del pollo, dove la voce più inquinante è l’allevamento, o appena il 2% nel caso della pasta.
Quando si parla di alimenti, poi, spesso gli imballaggi svolgono un ruolo chiave: li proteggono da rotture e contaminazioni, ne garantiscono la conservazione, facilitano il trasporto e veicolano informazioni importanti per i consumatori.
Tuttavia, secondo Eurostat il 36% di tutti i rifiuti solidi urbani europei è costituito proprio da imballaggi. E anche se i tassi di raccolta e riciclo hanno raggiunto gli obiettivi europei - con l’Italia tra i Paesi più virtuosi in questo senso - ogni cittadino UE produce in media circa 180 kg di rifiuti da imballaggio all’anno. Se non si interviene, entro il 2030 potrebbero aumentare addirittura del 19%, con un picco del 46% per quelli in plastica.
Riciclare, insomma, non basta più. Bisogna invertire la tendenza e fare il possibile per ridurne la produzione, eliminando quelli superflui, limitando quelli eccessivi, ma anche favorendo quelli riutilizzabili e ricaricabili, come previsto dal nuovo regolamento UE 2025/40. Obiettivo finale: ridurre i rifiuti da imballaggio pro capite per Stato membro del 15% rispetto al 2018 entro il 2040.
Come riconoscere gli imballaggi più sostenibili
L’imballaggio più ecologico? È quello che non c’è. Quando è possibile, dunque, via libera ai prodotti sfusi - come frutta, verdura, cereali o frutta secca - che permettono di ridurre la quantità di rifiuti generati e di acquistare solo la quantità effettivamente necessaria, contribuendo anche a limitare lo spreco alimentare.
Non è sempre possibile, però, evitare gli imballaggi, talvolta indispensabili per proteggere gli alimenti. In questo caso, orientarsi su quelli più ecosostenibili, cioè:
• essenziali;
• compatti e leggeri;
• proporzionati rispetto al contenuto (no all’overpackaging);
• facilmente riciclabili;
• in materiali ecologici.
Attenzione: non tutti i packaging sono quello che sembrano. Per valutarne la sostenibilità, è indispensabile controllare le informazioni relative sulla confezione (obbligatorie per legge), evitando di affidarsi al tatto, alla vista o all’abitudine. Ma ci sono anche alcune linee guida che possono dare una mano a scegliere i packaging meno impattanti quando si fa la spesa.
Meno imballaggio c’è, meglio è
Il principio “less is more”, meno è meglio, è valido anche per gli imballaggi. Ciò significa prima di tutto evitare i prodotti con il doppio imballaggio, spesso del tutto superfluo. È il caso, per esempio, di alcuni burger vegetali, dove l’imballaggio primario viene inserito anche in un inutile involucro secondario.

Oltre a evitare il doppio imballaggio, no all’overpackaging, cioè alle confezioni molto più capienti rispetto al contenuto. Un parametro che si utilizza per la valutazione è il PIR (Packaging Impact Ratio), ovvero il rapporto tra il peso dell’imballaggio e quello del suo contenuto. Questo criterio è previsto anche dalla certificazione ambientale europea Ecolabel. Per abbassare questo valore si può aumentare la quantità di prodotto (rischiando però, nel caso degli alimenti, lo spreco), o ridurre l’imballaggio grazie a confezioni più compatte e leggere.
E le monoporzioni? Verrebbe da pensare: più piccole, meno imballaggi, più green. Non è così. Sono indubbiamente un formato pratico, ma non sostenibile. A parità di contenuto, infatti, la quantità di imballaggi - spesso composti da materiali diversi - è più elevata. Possono essere una scelta accettabile solo se aiutano a consumare tutto il prodotto: lo spreco alimentare ha un impatto ambientale maggiore rispetto a un po’ di imballaggio in più.
Solo packaging riciclabili
Dal 2030, in virtù del nuovo regolamento UE 2025/40 gli imballaggi non riciclabili non saranno più ammessi in Europa. Oggi, è necessario verificare sempre con attenzione che l’imballaggio sia riciclabile per evitare la produzione di rifiuti indifferenziati. Come capire se lo è oppure no? Se in etichetta è indicato lo smaltimento nel bidone dell’indifferenziata, significa che non è riciclabile, per esempio per la presenza di materiali diversi che non possono essere separati. In alcune confezioni, per esempio, solo il tappo è riciclabile, mentre il tubo e il sigillo no.
Attenzione a smaltire correttamente gli imballaggi sia esterni sia interni. Anche per questa ragione è fondamentale controllare l’etichetta ambientale sulla confezione del prodotto, obbligatoria grazie al Dlgs 116/2020.
I materiali più ecologici
Il materiale più ecologico per gli alimenti? Non esiste un vincitore: ogni materiale presenta pro e contro. Inoltre, la scelta è strettamente legata al tipo di alimento da confezionare.
Carta: riciclabile e rinnovabile, ma non sempre sostenibile
Spesso considerata una scelta ecologica perché deriva da fonti rinnovabili ed è riciclabile, la carta nasconde alcune criticità. La sua produzione richiede grandi quantità di acqua, energia e fibre vergini e, negli imballaggi alimentari, presenta diversi limiti, anche se dai dati Eurostat emerge che circa il 50% della carta utilizzata nell’UE è impiegata proprio per le confezioni dei cibi.
La carta riciclata non può essere utilizzata a diretto contatto con gli alimenti per motivi di sicurezza alimentare, visto che può contenere contaminanti. La carta non riciclata, invece, va bene per cibi secchi e leggeri, ma per gli alimenti freschi o grassi è spesso abbinata a plastica o alluminio, dando vita ai cosiddetti poliaccoppiati. Si trovano, per esempio, nelle confezioni di biscotti o di latte, riconoscibili dai codici PAP 81 (carta e plastica) e PAP 84 (carta, plastica e alluminio). Se la componente di carta supera il 60% l’imballaggio può essere avviato al riciclo con la carta, ma resta comunque un materiale misto e di difficile recupero. Con percentuali inferiori, invece, non è riciclabile.

La scelta più responsabile è orientarsi sempre su carta certificata FSC (Forest Stewardship Council) o PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification), che garantisce la provenienza da foreste gestite in modo sostenibile. La dicitura “FSC mix” o “PEFC mix” indica che almeno il 70% del materiale è certificato, un’informazione utile per chi vuole acquistare in modo consapevole. Attenzione, però: per quanto importante, una certificazione non compensa altri difetti ambientali, come un imballaggio eccessivo o composto da materiali diversi.
Per valutare il grado effettivo di riciclabilità di un imballaggio in carta o cartone esiste la certificazione Aticelca 501, che assegna un indice da A+ a C (A+ è il livello più alto). Un imballaggio con etichetta Aticelca C indica che può essere raccolto con la carta, ma non è riciclabile in modo efficiente o redditizio nelle cartiere. Anche in questo caso, quindi, la presenza del simbolo “riciclabile” non basta: occorre verificare quanto lo sia davvero.

Plastica: impattante ma versatile, se usata e riciclata con responsabilità
La plastica è un materiale impattante perché deriva da fonti fossili (petrolio) e, se dispersa, rilascia nell’ambiente microplastiche che si degradano in tempi molto lunghi. Ma la sua leggerezza e versatilità la rendono indispensabile per molti imballaggi alimentari, riducendo le emissioni legate al trasporto e garantendo protezione ai cibi. Oggi, infatti, circa il 40% di plastica utilizzata nell'UE è destinato agli imballaggi. Per favorire una vera economia circolare, è fondamentale aumentare l’impiego di plastica riciclata anche in questo settore.
Fortunatamente il riciclo della plastica è oggi in crescita, anche se non illimitato: dopo alcuni cicli, il materiale perde qualità. Negli imballaggi alimentari è comunque possibile usare plastica riciclata fino al 100%, contribuendo a ridurre l’uso di materia prima vergine e le emissioni di CO₂. Il regolamento europeo imballaggi UE 2025/40 fissa obiettivi minimi obbligatori di utilizzo di plastica riciclata post-consumo, da raggiungere entro il 2030 e con ulteriori incrementi previsti per il 2040.
Nel frattempo, molti prodotti alimentari usano già imballaggi realizzati interamente o parzialmente in plastica riciclata, indicata con la sigla r-PET. Si tratta di PET (PoliEtilenTereftalato) rigenerato, a partire da bottiglie pulite e triturate, poi fuse per creare nuovo materiale. Questo processo consente di evitare l’impiego di risorse fossili, riducendo i consumi energetici e le emissioni di CO₂. Gli imballaggi in plastica riciclata si raccolgono insieme a quelli tradizionali e possono essere riciclati, ma per un numero limitato di volte.

Accanto al riciclo, si stanno diffondendo plastiche compostabili e bioplastiche, ma è importante distinguerle. La plastica compostabile è solo quella certificata “OK Compost”: si degrada rapidamente e può essere smaltita con l’umido, contribuendo alla produzione di biogas e compost. È utile anche per prodotti che spesso finiscono dispersi nell’ambiente, come stoviglie o cannucce: se realizzati in plastica convenzionale, impiegano decenni a degradarsi. La plastica compostabile riduce l’impatto di questi comportamenti scorretti. Il suo impiego, però, deve essere accompagnato dalla corretta certificazione e da indicazioni chiare sullo smaltimento. 
Le bioplastiche, invece, derivano da materie prime vegetali (come mais o canna da zucchero) e possono essere bio-based e/o biodegradabili, ma non sempre compostabili. Se non indicato diversamente, vanno smaltite con la plastica tradizionale. Il loro impatto ambientale varia in base alla produzione e allo smaltimento, e in alcuni casi può risultare persino superiore a quello della plastica convenzionale. In questo caso l’unico vantaggio in termini di inquinamento è non aver utilizzato materie prime fossili, altamente inquinanti, ma bio-based, cioè da materie prime rinnovabili.

In definitiva, la plastica resta un materiale utile ma da usare con consapevolezza: preferire imballaggi riciclati o compostabili certificati, ridurre il monouso e smaltire correttamente ogni rifiuto sono passi concreti per renderla parte di un’economia più sostenibile.
Vetro: sostenibile se riutilizzato, ma energivoro
È prodotto a partire da materie prime naturali abbondanti - come sabbia, calcare, soda - ma la sua produzione e successivo riciclo richiedono molta energia e acqua, a causa delle alte temperature necessarie.
Resta, comunque, un materiale sostenibile, soprattutto se riutilizzato più volte, per esempio tramite il vuoto a rendere, anche perché può essere riciclato all’infinito senza perdere qualità. È, inoltre, sicuro e inerte a contatto con gli alimenti, anche se il peso e la fragilità comportano maggiori emissioni nei trasporti e un rischio più elevato di rottura con conseguente spreco alimentare.
Alluminio: eccellente da riciclare, ma non adatto a tutti i cibi
Si ricicla all’infinito senza perdere qualità e, proprio per questo, l’alluminio riciclato è tra i materiali più sostenibili: la sua produzione richiede molta meno energia rispetto a quella ottenuta dalla materia prima vergine, la bauxite, la cui estrazione ha un forte impatto ambientale.
È leggero, resistente e facile da trasportare, ma non adatto a tutti i tipi di alimenti; per garantire una corretta conservazione può essere necessario abbinarlo a un altro materiale come rivestimento interno.
Occhio ai claim ingannevoli
Per scegliere un imballaggio green, valutare bene i claim. Per esempio, mai sopravvalutare un claim come “confezione riciclabile”. Un imballaggio può essere riciclabile, ma:
• non essere effettivamente riciclato;
• non essere riciclabile all’infinito (dopo due o tre ricicli, di solito la plastica perde le proprie qualità);
• può essere riciclabile solo in parte (è il caso del poliaccoppiato, da cui si ricicla la carta e si produce un residuo misto di plastica e alluminio).
Non lasciarsi ingannare anche alle diciture generiche, come “ecopack”, “imballaggio sostenibile”, “green pack”: sono autodichiarazioni del produttore che non devono rispettare standard precisi, come nel caso del logo “OK Compost” per la plastica compostabile o nelle certificazioni FSC o PEFC per la carta da foreste sostenibili.
Attenzione a chi promette un contenuto inferiore di plastica. Spesso l’imballaggio non è stato “alleggerito”, ma semplicemente realizzato con un poliaccoppiato di carta, plastica e alluminio: ovvio che contenga meno plastica!