Quando il 3 marzo la Fiamma paralimpica ufficiale si è accesa tra le montagne di Cortina, ha illuminato l’impegno e la resilienza di tanti atleti e comunità che ogni giorno vivono lo sport nella sua forma più autentica: uno spazio di partecipazione e inclusione condivisa. Un luogo senza barriere fisiche e culturali, dove il corpo non viene giudicato e dove tutti siamo uguali, con le nostre paure e fragilità. La fiamma che, a partire dal 24 febbraio, ha attraversato territori e comunità simboleggia anche la responsabilità collettiva di costruire un mondo più inclusivo.
Il 6 marzo a Verona si sono aperti ufficialmente i Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026. Una competizione di altissimo livello, ma anche un’occasione concreta di impegno civile. Celebrare le imprese degli atleti significa riconoscerne la forza e la determinazione, ma i Giochi ricordano che l’inclusione dovrà essere costruita e alimentata anche quando la fiamma paralimpica verrà spenta. Le storie di chi conquista traguardi così straordinari rappresentano una potentissima fonte di ispirazione, ma dovrebbero anche sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica sull’esigenza di rendere più accessibile la vita quotidiana delle persone con disabilità.
Paralimpiadi: storia, diritti e riconoscimento internazionale
Le Paralimpiadi sono nate ufficialmente nel 1960 a Roma, evoluzione dei “Giochi di Stoke Mandeville” ideati in Gran Bretagna dal neurologo Ludwig Guttmann per la riabilitazione dei reduci con lesioni spinali. A quella prima edizione parteciparono circa 400 atleti provenienti da 23 Paesi. All’edizione di Milano Cortina 2026, stanno scnedendo in pista oltre 600 atleti provenienti da 53 Comitati Paralimpici nazionali. Un’edizione da record, dietro alla quale c’è un progressivo consolidamento organizzativo e partecipativo di tutto il movimento paralimpico, oggi coordinato dall’International Paralympic Committee. È un segnale importante, soprattutto se la performance sportiva riesce ad accendere i riflettori sui principi di uguaglianza e di inclusione.
Il termine "Paralimpico" unisce la preposizione greca “para” (accanto, a fianco) alla parola “olimpico”, sottolineando che Olimpiadi e Paralimpiadi procedono insieme, con pari dignità sportiva. E l’"Agitos" (dal latino “io mi muovo”), il simbolo ufficiale delle Paralimpiadi, non è casuale: le tre forme in rosso, blu e verde - i colori più presenti nelle bandiere del mondo - indicano l’universalità del movimento paralimpico che unisce atleti provenienti da contesti culturali e geografici diversi. Le linee sinuose, dinamiche, esprimono energia e azione. Al centro c’è l’atleta, portatore dei valori del movimento: coraggio, determinazione e uguaglianza.
Discipline paralimpiche invernali: tecnica, innovazione e inclusione
A differenza di quanto si possa pensare, lo sport paralimpico invernale non è una versione ridotta o semplificata di quello olimpico, ma un sistema altamente strutturato che richiede competenze tecniche, scientifiche e organizzative di altissimo livello.
Italia e i protagonisti dello sport paralimpico
L’Italia ha una tradizione consolidata nel movimento paralimpico, coordinato dal Comitato Italiano Paralimpico. Ai Giochi di casa, si è presentata con la delegazione più numerosa della sua storia nell’edizione invernale: oltre 40 atleti, che gareggiano in tutte le discipline previste.
Se, nel panorama estivo, figure come Bebe Vio hanno contribuito a portare il tema della disabilità al centro del dibattito pubblico, anche negli sport invernali emergono atleti protagonisti, come Chiara Mazzel, Giacomo Bertagnolli e René De Silvestro, già saliti sul podio a Pechino 2022.
"Non voglio essere un esempio perché sono disabile. Voglio essere un esempio perché faccio bene il mio lavoro" ha dichiarato in più occasioni Bebe Vio. Una richiesta, quella della regina del fioretto paralimpico, che sintetizza bene l’esigenza di normalizzazione che attraversa tutto il movimento: l’atleta paralimpico è prima di tutto uno sportivo.
Sport e disabilità in Italia: numeri e accesso
Che sia praticato a livello agonistico, come nel caso delle Paralimpiadi, o a livello amatoriale, per le persone con disabilità lo sport rappresenta innanzitutto uno spazio di autodeterminazione. Una sorta di "terapia" nella sua accezione più ampia, che permette di vivere un’esperienza piena del proprio corpo e delle proprie possibilità. In molti casi, praticare un’attività sportiva aiuta a uscire dall’isolamento e a sentirsi parte di una comunità.
Eppure l’accesso allo sport non è ancora equo. Il numero delle persone con disabilità che fanno sport è in crescita, ma si attesta intorno al 20% tra chi ha una limitazione grave e non grave: meno della metà rispetto alla media della popolazione. Questo divario sottolinea quanto l’accesso sia ancora limitato a causa di barriere strutturali e culturali che sopravvivono nonostante le norme e i ripetuti appelli alla normalizzazione.
Barriere architettoniche e culturali: cosa è cambiato davvero
Sulla carta il tema dell’accessibilità in Italia ha una base normativa solida: dalla Legge 13/1989 per il superamento delle barriere architettoniche negli edifici privati, alla Legge 104/1992 sui diritti delle persone con disabilità in ambito sociale e lavorativo, fino alla riforma della disabilità, introdotta dalla Legge delega 227/2021. Sul piano internazionale, la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, sancisce il diritto alla piena partecipazione alla vita culturale, ricreativa e sportiva.
Eppure le barriere strutturali sono ancora presenti in molte scuole, negli impianti sportivi, in numerosi edifici pubblici e privati. Accanto a questi ostacoli “fisici”, persistono barriere culturali che separano chi è considerato “normale” da chi è considerato "diverso", "chi può" da "chi non può". Spesso la disabilità continua a essere raccontata in modo stereotipato o paternalistico, riducendo la persona alla sua condizione fisica e accompagnando l’immagine di chi la vive con eccessi di pietismo o retorica. Anche l’atleta paralimpico rischia di essere visto in modo riduttivo, invece di essere riconosciuto nella sua complessità di persona e professionista.
Cortina 2026: quale eredità per l’inclusione?
Le grandi manifestazioni come Milano-Cortina hanno il potere di ricordare che le persone con disabilità chiedono prima di tutto normalità e pari opportunità, rompendo stigmi e narrazioni distorte. Possono contribuire a superare una volta per tutte barriere culturali e pregiudizi, ma anche ad accelerare interventi strutturali (su impianti sportivi, scuole, edifici pubblici ecc.) che non si possono più rimandare.
L’eredità di Cortina si misurerà anche su questo. Impianti realmente accessibili, investimenti stabili nello sport di base, presenza delle persone con disabilità nei processi decisionali, normalizzazione reale: se tutti questi elementi resteranno anche dopo lo spegnimento del braciere, allora i Giochi avranno fatto qualcosa di più che ospitare una competizione.
Gli esempi positivi in questo senso non mancano. Dopo i Giochi Paralimpici Estivi di Londra 2012, il Regno Unito ha registrato un aumento della visibilità mediatica dello sport paralimpico, un incremento dei finanziamenti allo sport per persone con disabilità e un miglioramento dell’accessibilità di numerose infrastrutture urbane. Secondo i report ufficiali del governo britannico e dell’IPC, Londra 2012 ha rappresentato un punto di svolta nella percezione pubblica della disabilità e nell’investimento strutturale sullo sport paralimpico.
Una comunità, non una categoria
Gli atleti paralimpici entusiasmano tutto il mondo per il livello delle loro prestazioni. Ma forse la vera forza delle Paralimpiadi sta soprattutto nella costruzione di comunità in cui uguaglianza e normalità sono valori che si traducono in atti concreti. Sportivi, tecnici, famiglie, volontari, associazioni: una rete che dimostra come l’inclusione non sia un gesto caritatevole, ma un progetto politico e sociale.
Lo sport paralimpico non chiede compassione, ma regole giuste, accesso, rispetto. E forse è proprio questo il messaggio (o un testimone da raccogliere) che Cortina lascerà: valorizzare il limite come parte dell’esperienza umana e costruire una società in cui ciascuno contribuisce, con il proprio movimento, a un disegno collettivo di inclusione e partecipazione, proprio come negli Agitos del simbolo paralimpico.