E la situazione già critica è destinata addirittura a peggiorare, visto che i medici "pubblici" italiani sono tra i più anziani d’Europa e che oltre 8.200 di loro raggiungeranno l’età della pensione (il limite massimo oggi è 73 anni) entro il 2028. Chi li sostituirà?
Sulla carta il ricambio generazionale dovrebbe compensare queste uscite. Ma anche se tutte le borse di studio finanziate tra il 2022 e il 2025 fossero assegnate e portate a termine, le nuove leve non riuscirebbero comunque a coprire i pensionamenti attesi entro il 2028 e le carenze stimate al 1° gennaio 2025, con un buco di oltre 2.700 medici di base. E questo è lo scenario più ottimistico.
Il paradosso italiano: i medici ci sono, ma scelgono altre strade
Che in Italia ci sia un problema non tanto con i medici in generale, ma proprio con i medici di medicina generale, emerge dal confronto con il resto d’Europa. Da noi i camici bianchi non mancano: abbiamo 4,1 medici ogni mille abitanti, più della media europea (3,7). Ma i medici di famiglia sono relativamente pochi rispetto alla popolazione. Nel 2023 l’Italia contava circa 100 medici di base ogni 100mila abitanti, contro 300 del Portogallo, 200 dell’Irlanda, 180 dei Paesi Bassi, 140 di Austria e Francia e 115 della Svizzera.
Il nodo, allora, è la scarsa attrattiva della medicina generale, spesso scartata a priori perché la formazione è meno retribuita, le possibilità della libera professione limitate, i carichi di lavoro elevati e sempre più complessi (più anziani ecc). Inoltre, il medico di famiglia è un libero professionista convenzionato con il Ssn, che deve sostenere i costi dello studio e del personale. A pesare, infine, è il minor prestigio rispetto ad altre specializzazioni, considerate più remunerative o valorizzate.
Le conseguenze per i medici
La riduzione progressiva del numero dei medici di famiglia ricade innanzitutto sulla stessa categoria che, oberata di lavoro, è costretta a sacrificare la parte più “umana” della professione.
Troppi pazienti, sempre più complessi
La carenza di medici si traduce prima di tutto in un aumento del numero di assistiti per professionista. Oggi il cosiddetto "massimale" per ogni medico di base è fissato a 1.500 pazienti, ma può salire fino a 1.800 e, in casi particolari, fino a 2.000. Secondo il ministero della Salute, nel 2023 a livello nazionale circa la metà dei medici superava il limite.
In questo scenario, da un lato viene meno il principio della libera scelta del medico di famiglia per la difficoltà a reperirne uno libero, dall'altro i medici si ritrovano a lavorare in condizioni limite, anche per l’aumento costante dei pazienti anziani e cronici.
Dal 1985 al 2025, infatti, gli over 80 sono quasi triplicati e, secondo le previsioni Istat, nel 2035 gli over 65 rappresenteranno il 30% della popolazione italiana. Buon segno, la vita si sta allungando. Il rovescio della medaglia è che i medici di base dovranno gestire un numero sempre maggiore di pazienti bisognosi di più tempo e risorse (fisiche e mentali).
Troppa burocrazia, poco tempo per i malati
Con un esercito di pazienti da seguire, quanto potrà mai durare una visita? Nel nostro Paese, in media 9-10 minuti. Ma quanti sono dedicati davvero al paziente? Pochi: una buona parte è assorbita dalla burocrazia.
Eppure visite più lunghe aumentano la fiducia degli assistiti e riducono il rischio di burnout per i medici, per nulla remoto quando si è costretti a produrre diagnosi "a nastro". Il tempo, insomma, è un fattore essenziale per entrambe le parti e permette di instaurare una relazione medico-paziente di stima e conoscenza reale, che comprenda anche la dimensione psicosociale, importante quanto quella biologica.
Le conseguenze per i pazienti
Medici di base introvabili o lontani da casa e visite mordi-e-fuggi a fronte di tempi di attesa sempre più lunghi per essere ricevuti: spesso l’appuntamento, ormai indispensabile in tutta Europa per ottimizzare i tempi risicati, viene fissato a giorni di distanza. Tutti effetti collaterali della carenza di medici di medicina generale.
Meno ascolto, qualità più bassa dell’assistenza
Quando il tempo delle visita è quasi nullo, non vengono sacrificati solo gli aspetti relazionali, ma anche la prevenzione e l’educazione sanitaria. La consultazione si concentra giocoforza sul sintomo e sul problema immediato, con scarsa attenzione al contesto complessivo del paziente, ridotto a mero "oggetto di prestazioni" peraltro non sempre risolutive.
Le visite brevi aumentano le prescrizioni farmacologiche anche inappropriate e riducono la capacità del paziente di comprendere la natura dei suoi disturbi. Il rischio è che, inascoltato e confuso, cerchi risposte e rassicurazioni altrove, spesso imbarcandosi in una sfilza di prestazioni a pagamento spesso inutili.
Chi è più fragile, paga il prezzo più alto
Eppure lo dice anche la legge (219/2017): "Il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura". Tanto più in un Paese come l’Italia, dove il livello di alfabetizzazione sanitaria è molto basso. Secondo lo studio HLS19, il 23% della popolazione ha competenze sanitarie "inadeguate" e il 35% "problematiche", contro medie europee rispettivamente del 13% e 32%.
Le persone con una scarsa cultura sanitaria, che appartengono spesso alle categorie più fragili (povere, poco istruite, con più patologie…), richiederebbero più tempo da parte del medico, ma paradossalmente ricevono visite più brevi rispetto a chi è colto e benestante. È la "legge dell’assistenza inversa": chi ha più bisogno, meno riceve.
Le soluzioni "umane": più tempo per l’ascolto
La comunicazione tra medico e paziente è parte integrante della cura: non è un elemento accessorio, ma uno strumento indispensabile per costruire un'alleanza terapeutica basata su obiettivi condivisi, fiducia reciproca e rispetto.
Il tempo dedicato al dialogo non può essere compresso né delegato. Ed è necessario anche per promuovere la prevenzione attraverso stili di vita adeguati: non basta una raccomandazione generica, ma bisogna avere il tempo e la capacità di "adattarla" al contesto del paziente.
Un investimento iniziale di tempo può ridurre i contatti successivi e limitare i fallimenti terapeutici legati a incomprensioni, frequenti nei contesti di maggiore fragilità sociale e culturale.
Ascoltare migliora diagnosi, terapie e aderenza alle cure
L'importanza dell'ascolto è nota da tempo. L'approccio della medicina narrativa, nata oltre cinquant’anni fa, integra la dimensione clinica con quella individuale del paziente, mettendo al centro l’esperienza umana della malattia ed evitando l'applicazione rigida di modelli standardizzati.
Una migliore capacità di ascolto e l'integrazione di più punti di vista, come quelli dei familiari, portano a una maggiore precisione diagnostica e a una migliore aderenza alle terapie, permettendo di intercettare possibili effetti collaterali e interazioni tra farmaci, integratori e alimenti. Quando il tempo di cura è giusto, migliorano la soddisfazione dei pazienti e la serenità dei medici, con una riduzione dei contenziosi e delle prestazioni prescritte solo a scopo difensivo.
La collaborazione tra medici e pazienti è fondamentale, ma non basta
L’ascolto è anche una competenza che può essere sviluppata: la medicina narrativa insegna l'uso di domande aperte e la verifica della comprensione da parte del paziente per migliorare la qualità della relazione. Tecniche che richiedono tempo e attenzione anche alla comunicazione non verbale: dire "la sto ascoltando" serve a poco se gli occhi sono fissi sul computer.
L’ascolto, poi, non dipende solo dalla volontà individuale del medico. Se il numero di assistiti aumenta, il tempo per ogni malato si riduce e la frustrazione dei professionisti cresce. I pazienti dal canto loro devono capirlo ed essere più indulgenti con i medici per costruire un rapporto collaborativo.
Ma il "come" si cura è solo un lato del problema. L'altro è: con quali risorse?
Le soluzioni strutturali
Se chiedere ai medici di ascoltare di più non basta, non lo è nemmeno invocare genericamente "più medici". C'è bisogno di decisioni politiche rapide, investimenti mirati e un cambiamento culturale che renda la professione più appetibile.
Ridurre i carichi e valorizzare la complessità
È giusto puntare a una riduzione del numero di assistiti, ma anche adeguare le quote capitarie. L'attuale modello, basato su una somma percepita dal medico di medicina generale per ogni assistito, va bene, ma introducendo compensi più alti per i pazienti più complessi (anziani, pazienti cronici e fragili…). D'altra parte, un filtro migliore del medico di famiglia riduce gli accessi impropri al Pronto soccorso e i costi complessivi dell'intero sistema sanitario nazionale.
Anche il lavoro in gruppo può migliorare la sostenibilità della professione, con una copertura oraria più ampia e una migliore conciliazione tra vita privata e lavoro.
Convenzione o dipendenza dal Ssn?
Resta aperto il dibattito sul modello organizzativo: mantenere la convenzione con le aziende sanitarie territoriali o passare alle dipendenze del Servizio sanitario nazionale?
La dipendenza nel pubblico potrebbe rendere la professione più attraente, per esempio eliminando una parte degli oneri gestionali (studio, personale) oggi a carico dei medici. Ma solleva criticità sul piano organizzativo e sulla libera scelta del medico da parte del paziente. Soluzione intermedia: applicare il modello di dipendenza ai nuovi ingressi, mantenendo l’attuale sistema per chi è in servizio.
Meno burocrazia, più tempo per i malati
Uno dei principali ostacoli è il carico burocratico sostenuto dai medici. La semplificazione dei sistemi informatici e il supporto di personale, come infermieri e collaboratori di studio, possono restituire tempo alla cura. Oggi queste figure sono ancora poco diffuse o poco finanziate.
Anche l’intelligenza artificiale potrà aiutare, ma non sostituirà mai la relazione: per comprendere e curare una persona serve un’altra persona.
Il nodo delle Case della comunità
Le Case della comunità, cuore della riforma dell’assistenza sanitaria territoriale avviata con i fondi del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), dovrebbero rafforzare l’integrazione tra medici di famiglia, specialisti e servizi territoriali. Ma la loro diffusione è ancora molto disomogenea e il coinvolgimento dei medici di base assai limitato.
La disponibilità del medici, infatti, dipende dal carico di lavoro, ma chi ha già superato il massimale di pazienti difficilmente potrà dedicare tempo a queste strutture, che rischiano di restare vuote.
Cosa può fare il paziente per ottimizzare il poco tempo disponibile
In un sistema sotto pressione, anche il comportamento dei pazienti può fare la differenza.
- Prepararsi in anticipo alla visita, individuando sintomi, dubbi e domande.
- Parlare subito dei problemi più complessi, accettando un altro appuntamento per affrontare un problema alla volta.
- Comunicare in modo chiaro e sintetico, aiutandosi con degli appunti.
- Chiedere chiarimenti e insistere se qualcosa non è comprensibile.
- Essere sinceri su cosa si è disponibili o meno a fare e, nel caso, chiedere se c’è un’alternativa a un farmaco o a un esame che non convincono.
- Essere consapevoli che nessun medico è tenuto a prescrivere quanto indicato da altri: la prescrizione è un atto clinico fatto in scienza e coscienza. Considerare il MMG alla stregua di un passacarte non fa bene né al rapporto medico-paziente, né alla qualità delle cure che si ricevono.