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“Virus e batteri non hanno frontiere”: cosa ci insegna Ebola sulla salute globale

Per Chiara Montaldo, infettivologa e responsabile medica di Medici senza frontiere Italia, prepararsi alle epidemie significa anche scegliere che idea di cura vogliamo difendere: per noi e per chi vive nei contesti più fragili del mondo.

29 giugno 2026
Chiara Montaldo

intervista a

Chiara Montaldo

responsabile medica di Medici senza frontiere Italia

Medici senza Frontiere

Quando si parla di Ebola, la prima immagine è quella di un’emergenza lontana: un focolaio in Africa, un virus raro, un problema che sembra riguardare altri. Per Chiara Montaldo, infettivologa e responsabile medica di Medici senza frontiere Italia, è invece il contrario: le epidemie mostrano quanto la salute sia globale e quanto nessun Paese possa davvero proteggersi da solo. Da oltre vent’anni lavora in contesti segnati da epidemie, conflitti e crisi umanitarie, dall’Africa all’Asia fino all’Ucraina e alle rotte migratorie, occupandosi di Ebola, colera, febbre di Lassa, Hiv, tubercolosi e morbillo.

Con lei abbiamo parlato dell’attuale epidemia di Ebola da virus Bundibugyo nella Repubblica democratica del Congo e in Uganda. Ma la conversazione si è presto allargata ai sistemi sanitari sempre più fragili, ai tagli alla cooperazione internazionale decisi dall’amministrazione Trump e all’indebolimento dell’Organizzazione mondiale della sanità: temi che riguardano non solo i Paesi più poveri, ma anche la capacità del mondo di prepararsi alle epidemie future.

Partiamo da Ebola. Perché l’attuale epidemia nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda è così preoccupante?

“ Ci preoccupa per tre ordini di ragioni. La prima riguarda i numeri e l’estensione geografica: di solito per dichiarare un’epidemia di Ebola basta un caso confermato e spesso si interviene dopo poche unità o qualche decina di casi. In questo caso, invece, la dichiarazione è arrivata quando c’erano già più di cento persone sospette, molte già confermate, e quando erano già coinvolte diverse aree del nord-est del Congo, dall’Ituri al Nord Kivu, poi anche il Sud Kivu e l’Uganda. Il secondo elemento è il contesto: parliamo di una zona segnata da un conflitto cronico che va avanti da trent’anni, con problemi di sicurezza, difficoltà di accesso alle popolazioni e una forte sfiducia verso le istituzioni e il sistema sanitario. Il terzo elemento è il tipo di virus: Bundibugyo è una specie di Ebola che conosciamo molto meno rispetto a Ebola Zaire e per la quale non abbiamo le stesse armi in termini di vaccini, farmaci specifici e strumenti diagnostici rapidi ”.

Si può prevedere come evolverà la situazione?

“È difficile fare previsioni perché anche i dati disponibili vanno presi con cautela, proprio per le difficoltà del contesto”. Probabilmente siamo ancora nella fase di crescita della curva epidemica. “Questa è già la terza epidemia di Ebola più grande tra le oltre settanta conosciute e ricorda quella del 2018-2019 nel Nord Kivu, la seconda per dimensioni. Il contesto è simile: conflitto, grandi città, aree sovrappopolate e continui spostamenti di persone rendono molto più difficile contenere il contagio rispetto a un focolaio in un villaggio isolato”.

Nei Paesi occidentali, dopo il Covid, si discute di “preparazione” con piani pandemici, scorte e procedure. In molte aree dell’Africa, invece, la priorità sembra ancora quella di gestire le emergenze. Siamo ancora a questo punto?

“Nel pieno di un’epidemia la priorità è gestire l’emergenza. Ma si cerca comunque di prepararsi rafforzando la sorveglianza per riconoscere rapidamente i casi, confermarli, ricostruire i contatti e isolarli quando i numeri sono ancora contenuti. È un lavoro poco visibile, ma decisivo. Preparazione significa anche sviluppare test, farmaci e vaccini per malattie ancora trascurate e fare in modo che arrivino dove servono davvero. Durante le epidemie le altre malattie non scompaiono: in Africa le persone continuano a morire di malaria, morbillo, complicanze del parto, malnutrizione e Aids”.

Chiara Montaldo - Medici senza Frontiere

Qual è il ruolo di Medici senza frontiere?

“Medici senza frontiere è presente nella Repubblica democratica del Congo da circa trent’anni e in alcune aree operava già prima dell’epidemia. Questo ci ha permesso di intervenire rapidamente. Oggi abbiamo centinaia di operatori impegnati nella costruzione e gestione dei centri di trattamento, nella presa in carico dei casi sospetti e confermati, nella formazione del personale sanitario e nella comunicazione con le comunità”.

Ma strutture e farmaci non bastano. In un’area segnata da anni di violenza, la fiducia è parte integrante della risposta sanitaria.

“Anche se avessimo il centro più bello del mondo, se le persone non si fidano e non ci vengono, sarebbe inutile ai fini del contenimento dell’epidemia”.

Per questo ascolto, dialogo e presenza sul territorio sono strumenti sanitari tanto quanto i laboratori o i dispositivi di protezione. Il lavoro sul campo, però, non può reggere da solo se si indebolisce il sistema della cooperazione internazionale. Un anno fa l’amministrazione Trump ha quasi completamente smantellato l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid), chiudendo circa l’83% dei suoi programmi nel mondo.

Qual è l’impatto di queste decisioni?

“Sebbene Medici senza frontiere non abbia mai accettato fondi governativi (per scelta), le conseguenze di questi disinvestimenti si fanno sentire anche sulla nostra attività, perché molte organizzazioni che dipendevano da quei finanziamenti oggi sono costrette a ridurre o interrompere programmi di vaccinazione, prevenzione dell’Hiv, nutrizione e cure essenziali e bisogna colmare questo vuoto. In alcuni Paesi, pazienti con Hiv hanno rischiato di restare senza terapia antiretrovirale, programmi nutrizionali sono stati chiusi e campagne vaccinali ridimensionate. Anche trovare organizzazioni in grado di proseguire il lavoro dopo la fase acuta di un’emergenza è diventato molto più difficile”.

È qui che Ebola smette di essere soltanto una notizia sanitaria e diventa una questione politica. Ridurre gli investimenti nella salute globale significa rallentare l’identificazione dei focolai, interrompere cure essenziali e lasciare più vulnerabili comunità già fragili. “Le malattie infettive non hanno frontiere”, ricorda Montaldo. “Virus e batteri si muovono e bisogna affrontarli in modo coordinato e globale”.

Lo stesso vale per l’Organizzazione mondiale della sanità. Per Montaldo il suo indebolimento non è solo una questione di risorse, ma di principio: nessun Paese può considerarsi davvero al sicuro se altrove i sistemi sanitari collassano. La pandemia di Covid lo ha dimostrato con chiarezza. Ma lo stesso ragionamento vale anche per il cambiamento climatico, il rapporto tra esseri umani e animali, le migrazioni e l’accesso ai farmaci.

Dietro la scelta di lavorare con Medici senza frontiere c’è anche questa convinzione. “Uno dei motori principali è stato provare a riequilibrare le ingiustizie di un mondo in cui io sono nata e cresciuta dalla parte privilegiata”. Ma c’è anche il desiderio di conoscere realtà diverse. “Questo lavoro mi ha fatto vedere la bellezza della diversità. Scoprire che la salute, il corpo, il benessere e la malattia non sono concetti uguali per tutti è arricchente”.

In fondo, parlare di Ebola significa parlare anche di noi: di quali vite consideriamo prioritarie, di quanto siamo disposti a investire nella prevenzione e di come immaginiamo la salute in un mondo sempre più interconnesso. Prepararsi alle epidemie non è soltanto una questione tecnica, ma una responsabilità collettiva. La salute globale comincia da questa consapevolezza: nessun Paese può proteggersi davvero se il resto del mondo resta scoperto.