Alzheimer Fest nasce come un paradosso dichiarato. Una festa intorno a una malattia che tende a chiudere, a isolare, a far vergognare familiari e pazienti. Eppure, è proprio da lì che tutto prende forma: dal bisogno di rompere la solitudine che circonda l’Alzheimer e le demenze in genere, di portarle fuori dalle case, dagli ambulatori, dai silenzi delle famiglie. L’idea prende corpo nel 2017, grazie all’iniziativa di parenti, caregiver, medici, associazioni e anche persone con demenza in fase iniziale. Oggi, racconta il suo ideatore, il giornalista Michele Farina, questa esperienza è cresciuta e si è allargata grazie al contributo di personalità pubbliche, perfetti sconosciuti, artisti e amici che donano il proprio lavoro. “L’idea – spiega – era di mettere insieme chi vive questa esperienza in solitudine, e sono milioni di persone che la vivono così. Allora ho pensato che la convivenza con l’Alzheimer non dovesse essere una solitaria, ma una cordata: un gesto collettivo, che raccontasse che esistiamo e che facciamo cose belle, nonostante tutto”.
L’Alzheimer fest per le persone
Per questo l’Alzheimer Fest non festeggia la malattia, festeggia le persone. Quelle colpite direttamente e quelle che sono vicino, reggendo il peso della cura ogni giorno. Una festa dedicata a chi in genere alle feste non va più, ideata per riflettere e sorridere insieme sull’Alzheimer, con musica, spettacoli, arte e incontri scientifici. La scelta di farlo in luoghi pubblici (come piazze, giardini, spiagge...) non è casuale: “Fare una festa è una provocazione, ma è anche un modo per dire che questa realtà non va nascosta come una colpa. Portarla fuori, renderla pubblica, significa coinvolgere anche chi non ne sa niente o ne ha paura”. La condivisione è uno dei cardini dell’Alzheimer Fest. “Una delle cose più brutte dell’Alzheimer – prosegue – è che porta a chiudersi e a vergognarsi invece di chiedere aiuto. Ogni occasione in cui le persone si raccontano, si ascoltano, si riconoscono negli altri è fondamentale. Ti accorgi che quello che pensavi di vivere solo tu in realtà lo vivono in tanti”.
Non ci sono, ovviamente, promesse miracolistiche. La malattia non si ferma, ma si può almeno cambiare la qualità della vita dei malati. Musica, teatro, canto, camminate, arte, cucina sono alcune delle attività che già esistono nei centri diurni, ma la forza dell’Alzheimer Fest è portarle in pubblico: “Il punto – continua Michele – è il benessere delle persone, fare cose che diano piacere, che facciano sentire parte di qualcosa e per cercare di allontanare la paura”.
È l’Alzheimer, bellezza!
Tra le tante storie incontrate da Michele Farina negli anni, una lo ha segnato più di tutte: quella di Gianni, un uomo che, pur perdendo progressivamente parola e memoria, rifiuta di nascondersi. “Gianni diceva una cosa che mi è rimasta dentro per sempre: ‘Io non ho paura, io non mi nascondo. Sono gli altri che hanno paura’. Era l’opposto del cliché della persona disturbata da tenere lontana. Continuava ad andare al mercato, a interessarsi al suo paese, alle cose belle. Mi ha insegnato una forza enorme, ricorda Michele”. Da Gianni nasce anche un’espressione diventata simbolica, pronunciata con ironia e dignità: “Quando sbagliava, quando non riusciva a fare quello che gli veniva chiesto, diceva: ‘Non faccio apposta, è l’Alzheimer, bellezza!’. In quella frase c’era tutto: la consapevolezza, il dolore, ma anche la possibilità di non vergognarsi”. Una frase che ha dato il titolo a un docufilm di cui Gianni è protagonista.
Quando andiamo a casa? Il libro
“‘Quando andiamo a casa?’ è una frase che diceva spesso mia mamma quando eravamo nella cucina di famiglia. Una domanda ripetuta che racconta il disorientamento legato a questa malattia. Io pensavo fosse una frase solo di mia madre, poi ho scoperto che è diffusissima tra i malati di Alzheimer. L’andare a casa è un desiderio profondo e capire che è un bisogno che non riguarda solo te e tua madre cambia le cose: non sei più solo nel labirinto”. Questa frase è diventato il titolo di un libro scritto da Michele Farina sulla sua esperienza familiare, un racconto per comprendere l’Alzheimer un ricordo alla volta.