mercoledì 04 febbraio 2026

Gli antibiotici sono sempre meno efficaci: perché è un problema e come possiamo contenerlo

Quando gli antibiotici smettono di funzionare, a pagare il prezzo più alto sono le persone più fragili. La perdita di efficacia di questi farmaci mette sotto pressione il sistema della cura e rivela i limiti di un modello che fatica a tutelare davvero la salute. Capire il problema è il primo passo per contenerlo.


Altrocurare
di Pierfrancesco Catucci
corsia ospedale

La resistenza agli antibiotici è una delle emergenze sanitarie più gravi e sottovalutate del nostro tempo. Avanza lentamente, anno dopo anno, ed erode uno dei pilastri della medicina moderna. È un problema che riguarda la salute di tutti, ma che colpisce in modo particolare le persone più fragili: anziani, pazienti cronici, persone con disabilità, chi vive condizioni di marginalità o ha meno accesso a cure appropriate.

Nel mondo della sanità e del caregiving, la perdita di efficacia degli antibiotici mette in luce una difficoltà crescente: un settore che dovrebbe avere come obiettivo primario la protezione e la cura delle persone si trova invece a misurarsi con pressioni economiche sempre più forti. Da un lato le ristrettezze della spesa pubblica, che frenano investimenti in prevenzione e ricerca; dall’altro gli interessi delle aziende farmaceutiche, chiamate a rendere sostenibili e redditizi gli investimenti in nuove terapie. In mezzo, gli operatori sanitari, che devono preservare il più a lungo possibile l’efficacia degli antibiotici oggi disponibili mentre l’antibiotico‑resistenza avanza. Comprendere come si è arrivati a questo equilibrio fragile è il primo passo per compiere scelte più consapevoli nei momenti di maggiore vulnerabilità.

Gli antibiotici hanno cambiato la medicina

Prima degli antibiotici, infezioni oggi considerate banali potevano essere mortali. Fino alla prima metà del Novecento, una ferita infetta, una polmonite o un parto complicato erano eventi ad alto rischio. La scoperta della penicillina e la sua diffusione su larga scala durante la Seconda guerra mondiale segnarono una svolta storica: per la prima volta l’uomo disponeva di strumenti efficaci per controllare le infezioni batteriche.

Questa rivoluzione rese possibili la chirurgia moderna, i trapianti, le terapie oncologiche e la medicina intensiva. Gli antibiotici divennero una sorta di assicurazione invisibile contro le infezioni e sono stati uno degli strumenti che ha consentito all’aspettativa di vita di crescere così tanto. Proprio il loro successo, però, ha contribuito a un uso eccessivo e spesso scorretto, alimentando l’illusione che fossero una risorsa inesauribile – spiega Irene Pignata, esperta di salute di Altroconsumo –. Già negli anni Quaranta Alexander Fleming aveva avvertito che l’uso improprio avrebbe favorito batteri resistenti”. Un avvertimento rimasto a lungo inascoltato.

Il pericolo dell’uso massiccio di antibiotici

La resistenza agli antibiotici che oggi avvertiamo come un’emergenza, quindi, è figlia di un processo naturale: i batteri, esposti a una minaccia, si adattano. Ciò che è cambiato radicalmente è la velocità con cui questo fenomeno si diffonde.

“L’uso massiccio di antibiotici in medicina umana, veterinaria e negli allevamenti intensivi – prosegue Pignata – ha creato una pressione selettiva continua, favorendo la sopravvivenza dei ceppi più resistenti. A questo si aggiungono la globalizzazione, che permette ai microrganismi di spostarsi rapidamente tra Paesi e continenti, e l’inquinamento ambientale da residui di antibiotici”. La resistenza è quindi il risultato di comportamenti collettivi e di un sistema che ha privilegiato l’immediatezza e l’efficienza economica rispetto alla sostenibilità delle cure.

Cosa significa perdere antibiotici efficaci

Sarebbe miope pensare che la perdita di efficacia degli antibiotici riguardi solo la cura di singole infezioni. Mette in discussione l’intero impianto della medicina contemporanea. In Europa, batteri resistenti a farmaci fondamentali come carbapenemi e cefalosporine sono sempre più diffusi. L’Organizzazione mondiale della sanità li considera una priorità critica.

“Le conseguenze – spiega ancora Pignata – sono molto più concrete di quanto si possa immaginare: interventi chirurgici di routine diventano più rischiosi, le infezioni ospedaliere più difficili da trattare, le terapie oncologiche e i trapianti più pericolosi”. Una sorta di gigantesco salto indietro nel tempo.

Secondo i dati europei, ogni anno oltre 35mila persone muoiono per infezioni resistenti, con l’Italia tra i Paesi più colpiti. E questo, oltre al gigantesco dramma umano, si traduce anche in costi elevati per il sistema sanitario e in un aumento delle disuguaglianze: chi ha meno accesso a strutture di qualità o a percorsi di cura complessi è più esposto alle conseguenze della resistenza.

Le cause dell’antibiotico-resistenza

L’antibiotico-resistenza nasce dall’interazione di molti fattori. In ambito umano, una quota rilevante delle prescrizioni è considerata inappropriata, soprattutto per infezioni virali contro cui gli antibiotici non funzionano. La pressione dei pazienti, la mancanza di diagnosi rapide e la pratica del “per sicurezza” contribuiscono a un uso eccessivo.

“In Italia – fa il punto l’esperta di Altroconsumo – si fa ancora un uso eccessivo di antibiotici ad ampio spettro (quelli attivi contro diversi batteri), più a rischio di favorire le resistenze, rispetto a quelli a spettro ristretto raccomandati come prima scelta. E anche in ambito ospedaliero i consumi di antibiotici sono superiori alla media Ue. Per questo Italia ed Europa sono lontane dagli obiettivi fissati dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) per il 2030: ridurre i consumi totali a 17,8 dosi giornaliere per mille abitanti e portare almeno al 65% l’uso degli antibiotici di prima scelta. Oggi questa quota si ferma poco sopra la metà”.

Negli allevamenti il consumo resta elevato e rappresenta una delle principali fonti globali di resistenze, nonostante i divieti europei sull’uso come promotori della crescita. I batteri resistenti possono passare dagli animali all’uomo attraverso alimenti, ambiente e contatto diretto. “In ambito veterinario – prosegue – l’Ue punta a dimezzare le vendite di antimicrobici entro il 2030. Dopo anni di calo, nel 2024 le vendite sono però risalite, pur restando sotto i livelli del 2018. In Italia l’uso è diminuito in modo significativo, ma resta tra i più elevati in Europa”.

A tutto questo si aggiunge l’inquinamento ambientale: residui di antibiotici e batteri resistenti finiscono in fiumi, suoli e persino nelle acque potabili (e qui torna in scena anche l’importanza del corretto smaltimento dei farmaci). Anche l’uso indiscriminato di disinfettanti e prodotti antibatterici nella vita quotidiana contribuisce alla selezione di ceppi resistenti, spesso senza reali benefici per la salute.

Salute umana, animale e ambientale sono un unico sistema

La resistenza antimicrobica dimostra che la salute non può essere affrontata per compartimenti stagni. Batteri resistenti sviluppati in ospedale possono diffondersi nell’ambiente; quelli presenti negli allevamenti possono arrivare all’uomo; l’inquinamento chimico altera interi ecosistemi.
Per questo le istituzioni sanitarie promuovono l’approccio One Health, che integra medicina umana, veterinaria e tutela ambientale. Senza questa visione sistemica, gli interventi rischiano di essere parziali e inefficaci. Tuttavia, la traduzione di questo approccio in politiche concrete procede lentamente e in modo disomogeneo tra Paesi.

I limiti dell’azione politica

L’Oms e l’Unione europea riconoscono da anni la resistenza antimicrobica come una priorità. Esistono piani d’azione, sistemi di sorveglianza e obiettivi chiari per ridurre i consumi di antibiotici e le infezioni resistenti. In Italia sono stati fatti passi avanti, ma l’attuazione resta incompleta.
L’insieme di pratiche per garantire un uso corretto degli antibiotici (che in gergo tecnico è definita a stewardship antibiotica) è ancora poco strutturata, soprattutto sul territorio. Mancano risorse, personale dedicato e sistemi informativi integrati. Anche negli allevamenti, nonostante i miglioramenti nei controlli, servono investimenti per ridurre davvero la dipendenza dagli antibiotici senza scaricare i costi sugli operatori più fragili della filiera.

Perché il mercato non sviluppa nuovi antibiotici

Uno dei paradossi più evidenti è che gli antibiotici, pur essendo fondamentali per la salute pubblica, sono poco redditizi. Sono terapie brevi, da usare il meno possibile, spesso “tenute in riserva” per evitare resistenze. Questo li rende poco attrattivi per l’industria farmaceutica, che preferisce investire in farmaci per terapie croniche o ad alto margine.

“Negli ultimi decenni – chiarisce Pignata – sono state approvate pochissime nuove classi di antibiotici. Per colmare questo vuoto si stanno sperimentando modelli economici alternativi, basati su finanziamenti pubblici e su una separazione tra profitto e volume di vendita. Ma senza un coordinamento internazionale stabile, il rischio è che l’innovazione resti insufficiente”.

Ricerca e nuove strategie

“La ricerca – prosegue – esplora strade diverse: nuovi antibiotici con meccanismi inediti, peptidi antimicrobici, terapia fagica, vaccini, immunoterapie e approcci che rafforzano l’immunità o impediscono ai batteri di causare infezioni. Molte di queste soluzioni sono promettenti, ma ancora lontane da un uso clinico diffuso”.

Una cosa è chiara: non c’è da aspettarsi una cura miracolosa. Ogni nuova soluzione dovrà essere accompagnata da prevenzione, uso prudente dei farmaci e investimenti strutturali. Anche la tutela degli ecosistemi e la riduzione dell’inquinamento contribuiscono indirettamente a contenere la diffusione delle resistenze.

Scelte quotidiane che contano

La resistenza antibiotica può sembrare un problema troppo grande per essere influenzato dalle scelte individuali. In realtà, i comportamenti quotidiani hanno un impatto reale. “Non chiedere antibiotici quando non servono, seguire correttamente le terapie, evitare l’uso eccessivo di disinfettanti, curare l’igiene alimentare, vaccinarsi e smaltire correttamente i farmaci sono azioni semplici che, sommate, fanno la differenza” conclude Pignata.

Informarsi, parlarne e chiedere politiche sanitarie più forti significa anche esercitare un diritto di cittadinanza attiva. In un ambito come quello della cura, dove il rischio è che l’urgenza del presente faccia dimenticare le minacce che crescono silenziose, la consapevolezza diventa uno strumento fondamentale per orientare le proprie scelte e proteggere la salute collettiva. Perché anche contrastare l’antibiotico‑resistenza è una forma concreta di “Altrocurare”.

 

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