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La spesa consapevole nasce dalle piccole scelte

Leggere le etichette, confrontare i prezzi, capire davvero cosa compriamo, scegliere prodotti locali o più sostenibili: la spesa quotidiana può diventare un esercizio di attenzione e responsabilità. Guardare oltre il packaging e le offerte, può trasformare ogni acquisto in una scelta più consapevole per noi, per gli altri e per l’ambiente. 

04 agosto 2026
Marino Melissano

Marino Melissano

Segretario generale associazione Altroconsumo

famiglia a cena con lo smartphone

Sono sempre stato curioso. Da quando sono in pensione, la spesa alimentare è una delle attività che ho preso in carico.

E in questo caso la curiosità si estrinseca in tutti i miei acquisti. Per prima cosa stilo un elenco di ciò che mi serve e lo seguo senza lasciarmi tentare dai prodotti “civetta” e da quelli ad altezza d’occhio. Siccome frequento più spazi commerciali, so dove trovare il prodotto meno costoso e, quindi, spesso faccio la spesa spostandomi da uno all’altro, e, attenzione, non sempre il più conveniente lo trovo in un supermercato o in un discount, a volte è proprio un negozio di prossimità che mi offre il miglior prezzo.

All’atto dell’acquisto, la mia curiosità mi spinge innanzi tutto a leggere le etichette, cosa che prioritariamente dovremmo fare tutti: quante sorprese racchiudono, che non tutti conoscono. A cominciare dall’elenco degli ingredienti, scritti in ordine decrescente. E così mi imbatto in una confezione con foto di frutta fresca, che… non c’è: in fondo agli ingredienti trovo “purea di frutta”. Beh, è un’altra cosa. Passo al pane integrale e anche qui leggo al primo posto: farina di grano tenero 0. È un pane integrale non integrale.

Compro delle fette integrali e leggo: “con Calcio: aiuta a mantenere le ossa sane”. Si tratta di un messaggio salutistico (o health claim). È vero che solo i messaggi approvati dall’Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) e registrati nel registro dell’Ue possono essere utilizzati, ma io diffido sempre, perché sono molto abusati e spesso usati dal marketing per promuovere uno stile di vita sano, senza alcuna certezza scientifica.

Leggo anche gli additivi, che finalmente si trovano tra gli ingredienti in fondo alla lista: trovo acido ascorbico o E300, acido citrico o E330, pectina (addensante). Ho sempre un occhio critico, ma questi non mi preoccupano: il primo è la vitamina C, usato per prevenire l’imbrunimento della frutta a contatto con l’aria; il secondo è un acidificante naturale, contenuto nei limoni. È vero che deve sempre essere indicata la funzione (conservante, colorante, emulsionante), ma potrebbe essere seguita solo dalla lettera E e dal codice numerico: non lo trovo corretto, mi piacerebbe leggere sempre anche il nome dell’additivo, che mi dà maggiori indicazioni immediate, rispetto ad un numero.

La mia lista prevede l’acquisto di uova. Nello scegliere, mi imbatto in una signora, che, ad alta voce, si chiede “allevamento a terra”, “allevamento all’aperto”, ma che differenza c’è? È solo un invito all’acquisto del prodotto più caro? Mi permetto di intervenire e le dico: “No signora, questa volta la differenza di prezzo, peraltro contenuta, è giustificata. Infatti, nel primo caso le galline vivono libere, ma all’interno di capannoni chiusi, con scarsa libertà di movimento; nel secondo caso, invece, hanno accesso all’aria aperta, razzolano libere, con minore stress, che si traduce in uova dal tuorlo più intenso e maggiore presenza di vitamine A, E e di antiossidanti, come gli omega 3.

Non posso esimermi dal controllare la data di scadenza, pardon, il termine minimo di conservazione (Tmc): quel “preferibilmente” fa la differenza; anche se è solo “preferibile”, io acquisto prodotti con una data lontana da quella indicata e sapete perché? Perché la “shelf life” (il tempo massimo raccomandato entro cui i prodotti possono essere distribuiti) non proviene da indagini sperimentali, ma è imposta dal produttore, che ha tutto l’interesse di allungarla. Pensate all’olio extravergine d’oliva, che ha una vita biologica di 12 mesi, ma i produttori ne indicano 18.

La mia curiosità si spinge all’etica su cui, purtroppo, nulla si dice e nulla si sa. Eppure, sarebbe importante conoscere la provenienza di quel prodotto, l’eventuale sfruttamento dei lavoratori, magari minorenni. Che fare? Intanto preferire prodotti a chilometro zero, locali o comunque nazionali, perché la disciplina del lavoro è normata. Poi, se si vuole acquistare prodotti provenienti da lontano, perché noi non li produciamo, come il caffè, potremmo rivolgerci a marchi come Altromercato o a certificati di sostenibilità, come SA 8000.

Portati gli acquisti a casa, dopo il loro consumo, ci si deve occupare del corretto smaltimento: non è cosa scontata, perché a volte le indicazioni, obbligatorie, sulle etichette possono trarre in inganno e perché ogni Comune ha regole diverse, che vanno conosciute per non incorrere in errori.

Senza dimenticare le quattro regole del riciclo, pilastri dell’economia circolare e della sostenibilità ambientale: riduci, riusa, ricicla e recupera. Questo approccio gerarchico mira a minimizzare l’impatto ambientale, riducendo la produzione di rifiuti alla fonte, allungando la vita dei materiali e trasformando gli scarti in nuove risorse. Molte parti degli alimenti, che in genere scartiamo, come la buccia delle patate o delle carote, possono assurgere a nuova vita, utilizzandole per menu fatti proprio con gli scarti alimentari. E non pensate che siano meno buoni, a volte sono piatti da gourmet. Io lo faccio spesso, provare per credere!