L’economia circolare ruota intorno alla “regola delle 3R”: riduci, ricicla, riusa. Tre azioni concrete che dovrebbero guidare le scelte quotidiane e che incidono direttamente su consumi, ambiente e impatto ambientale complessivo delle nostre abitudini.
Ridurre significa consumare meno e meglio, limitando sprechi e rifiuti alla fonte. Riciclare vuol dire smaltire correttamente ciò che non serve più, permettendo ai materiali di rinascere. Riusare, infine, consente di allungare la vita degli oggetti rimettendoli in circolazione, attraverso la donazione e il mercato del second hand, oppure riparandoli quando si rompono.
Non è un caso che la “cultura della riparazione” sia entrata con forza anche nell’agenda delle istituzioni europee, che ne riconoscono il potenziale ambientale ed economico. Con la direttiva sul diritto alla riparazione, che l’Italia dovrà recepire entro il 31 luglio 2026, l’Europa punta a rendere questa scelta più accessibile, rapida e trasparente per i consumatori. Obiettivo: allungare il più possibile la vita di alcuni prodotti, limitando sia l’acquisto di nuovi beni sia la produzione di rifiuti.
Oggi, infatti, quando un device o un elettrodomestico si guasta fuori garanzia, decidere se riparare o sostituire non è ancora semplice, né sempre possibile o conveniente. La riparazione è spesso frenata da costi elevati, tempi lunghi o difficoltà nel reperire i pezzi di ricambio. A confermarlo è una nuova indagine di Altroconsumo: di fronte a un guasto di elettrodomestici e dispositivi hi tech, presenti nella maggior parte delle case, quasi la metà degli intervistati - e per alcuni prodotti anche ben di più - ha deciso di rinunciare alla riparazione.
I risultati mettono anche in luce come fattori economici, abitudini di consumo consolidate e aspettative personali continuino a pesare in modo decisivo, facendo spesso pendere la bilancia verso la sostituzione. Una tendenza che però può e deve essere invertita. Ecco perché.
Perché la riparazione è spesso più sostenibile della sostituzione
Quando un dispositivo hi tech o un elettrodomestico si rompe entro i primi due anni dall’acquisto, non c’è problema: interviene - nei casi previsti - la garanzia legale, che assicura la riparazione o la sostituzione gratuite. Ma quando la garanzia scade, bisogna mettere mano al portafoglio per aggiustare il guasto o acquistare un prodotto nuovo. La scelta più conveniente e sostenibile? Dipende.
In linea generale, la riparazione è la scelta più vantaggiosa dal punto di vista ambientale, perché evita l’impatto legato alla produzione, al trasporto, all’uso e allo smaltimento di un prodotto nuovo, considerando il suo intero ciclo di vita (LCA, Life cycle assessment). Secondo lo studio LCA streamlined commissionato da Altroconsumo, per esempio, la fase più inquinante del ciclo vita di uno smartphone - in termini di emissioni di CO2eq - è la produzione: ripararlo, quindi, risulta sempre meno impattante rispetto all’acquisto di un nuovo modello. Lo stesso vale per prodotti come aspirapolveri e lavatrici.
Il discorso cambia per alcuni elettrodomestici come i frigoriferi, o per device come le stampanti. In questi casi, la fase più impattante è l’uso, soprattutto se l’apparecchio è datato ed energivoro. Sostituirlo con un modello più efficiente, in grado di ridurre i consumi, può quindi rivelarsi la scelta migliore. Per orientarsi, confrontare l’etichetta energetica del vecchio apparecchio con quella dei prodotti più recenti può essere d’aiuto, tenendo conto però che “racconta” solo una parte dei consumi di un prodotto.
Anche la sostituzione di un prodotto hi tech guasto, poi, non è necessariamente una scelta insostenibile: tutto dipende dal suo destino. Se non finisce in discarica ma viene avviato al riuso o al ricondizionamento, infatti, può inserirsi in un modello virtuoso. Oggi esistono diverse piattaforme online che acquistano dispositivi usati, li riparano e li rimettono sul mercato offrendo ottime garanzie. Un’altra inchiesta di Altroconsumo conferma che il mercato dei ricondizionati e del second hand, che contribuisce in modo concreto alla transizione verso un’economia circolare, è in crescita.
In ogni caso quando si guasta un prodotto che, se smaltito, diventerebbe un RAEE (rifiuti da apparecchiature elettriche o elettroniche, altamente inquinanti), la riparazione dovrebbe essere la prima opzione. Perché lo diventi davvero, però, è necessario rimuovere gli ostacoli che ancora scoraggiano i consumatori, come la fine della garanzia o la scarsa disponibilità dei pezzi di ricambio.
In arrivo la direttiva sulla riparazione: che cosa cambierà
La direttiva europea sul diritto alla riparazione (“right to repair” UE 2024/1799) nasce proprio con l’obiettivo di superare molti degli ostacoli che spingono i consumatori a desistere, optando per la sostituzione. Approvata nel 2024, dovrà essere recepita anche dall’Italia entro il 31 luglio 2026. Il suo scopo? Rendere la riparazione più accessibile, semplice, rapida e conveniente.
In concreto, la direttiva prevede che per una serie di prodotti - tra cui elettrodomestici e dispositivi elettronici - i produttori siano obbligati a offrire la riparazione a condizioni eque anche oltre il periodo di garanzia legale. Inoltre, introduce una serie di misure per migliorare l’accesso ai pezzi di ricambio, ridurre i tempi di intervento e fornire informazioni chiare sui costi, consentendo un confronto reale tra riparazione e sostituzione.
L’obiettivo è duplice: allungare il ciclo di vita di prodotti ingombranti e/o inquinanti e ridurre gli acquisti, limitando così la mole di rifiuti e l’impatto ambientale legato alla produzione di nuovi beni. Ma, al di là delle nuove regole, come si comportano oggi gli italiani quando un prodotto relativamente costoso, come un elettrodomestico o un device tecnologico, si rompe?
Guasti e riparazioni: cosa fanno gli italiani?
Altroconsumo lo ha chiesto a un campione di 1.000 cittadini - rappresentativo della popolazione italiana per età (18-74 anni), genere, istruzione e area geografica - attraverso un dettagliato questionario online inviato a ottobre 2025.
L’indagine si concentra sulle esperienze di chi, negli ultimi cinque anni, ha dovuto fare i conti con un guasto a un elettrodomestico o a un dispositivo hi tech di uso quotidiano: smartphone, tablet, laptop, televisori, aspirapolveri e lavatrici. Di fronte a un problema gli intervistati hanno scelto di riparare o sostituire?
L'inchiesta, però, non si è fermata qui, ma è andata anche ad approfondire le motivazioni di fondo che hanno determinato la scelta. Aspettative sulla durata dei prodotti, limiti entro cui la riparazione viene considerata un’opzione, costi sostenuti… Tutti elementi che aiutano a capire perché, ancora oggi, spesso la sostituzione vince sulla riparazione.
Le aspettative: quanto dureranno i prodotti e fino a quando si è disposti a ripararli
Quando acquistano un nuovo dispositivo o un elettrodomestico, gli italiani hanno già in mente una durata “ideale” minima del prodotto e un limite oltre il quale la riparazione viene considerata conveniente.
Dall’indagine emergono differenze piuttosto nette tra elettrodomestici e prodotti hi tech: i primi sono percepiti come beni destinati a durare più a lungo, mentre per i secondi ci si aspetta un turn over più rapido. Non a caso, la lavatrice è il prodotto ritenuto più longevo: secondo gli intervistati dovrebbe funzionare come minimo per 7 anni e 10 mesi. All’estremo opposto della classifica si collocano gli smartphone, per i quali l’aspettativa di durata minima scende a 4 anni e 9 mesi. Aspettative decisamente più basse di quanto dimostrano i dati reali.
