mercoledì 28 gennaio 2026

Riparare o sostituire un prodotto guasto? Le scelte degli italiani

Quando un elettrodomestico o un device si rompe, in circa la metà dei casi non viene riparato. È quanto emerge da un’indagine di Altroconsumo che svela il comportamento degli italiani di fronte a guasti di smartphone, lavatrici e altri prodotti hi tech, mentre con la direttiva in arrivo a luglio l’Europa punta a diffondere la cultura della riparazione. 


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Lorenza Resuli
viviana

L’economia circolare ruota intorno alla “regola delle 3R”: riduci, ricicla, riusa. Tre azioni concrete che dovrebbero guidare le scelte quotidiane e che incidono direttamente su consumi, ambiente e impatto ambientale complessivo delle nostre abitudini. 

Ridurre significa consumare meno e meglio, limitando sprechi e rifiuti alla fonte. Riciclare vuol dire smaltire correttamente ciò che non serve più, permettendo ai materiali di rinascere. Riusare, infine, consente di allungare la vita degli oggetti rimettendoli in circolazione, attraverso la donazione e il mercato del second hand, oppure riparandoli quando si rompono

Non è un caso che la “cultura della riparazione” sia entrata con forza anche nell’agenda delle istituzioni europee, che ne riconoscono il potenziale ambientale ed economico. Con la direttiva sul diritto alla riparazione, che l’Italia dovrà recepire entro il 31 luglio 2026, l’Europa punta a rendere questa scelta più accessibile, rapida e trasparente per i consumatori. Obiettivo: allungare il più possibile la vita di alcuni prodotti, limitando sia l’acquisto di nuovi beni sia la produzione di rifiuti. 

Oggi, infatti, quando un device o un elettrodomestico si guasta fuori garanzia, decidere se riparare o sostituire non è ancora semplice, né sempre possibile o conveniente. La riparazione è spesso frenata da costi elevati, tempi lunghi o difficoltà nel reperire i pezzi di ricambio. A confermarlo è una nuova indagine di Altroconsumo: di fronte a un guasto di elettrodomestici e dispositivi hi tech, presenti nella maggior parte delle case, quasi la metà degli intervistati - e per alcuni prodotti anche ben di più - ha deciso di rinunciare alla riparazione

I risultati mettono anche in luce come fattori economici, abitudini di consumo consolidate e aspettative personali continuino a pesare in modo decisivo, facendo spesso pendere la bilancia verso la sostituzione. Una tendenza che però può e deve essere invertita. Ecco perché.

Perché la riparazione è spesso più sostenibile della sostituzione

Quando un dispositivo hi tech o un elettrodomestico si rompe entro i primi due anni dall’acquisto, non c’è problema: interviene - nei casi previsti - la garanzia legale, che assicura la riparazione o la sostituzione gratuite. Ma quando la garanzia scade, bisogna mettere mano al portafoglio per aggiustare il guasto o acquistare un prodotto nuovo. La scelta più conveniente e sostenibile? Dipende.  

In linea generale, la riparazione è la scelta più vantaggiosa dal punto di vista ambientale, perché evita l’impatto legato alla produzione, al trasporto, all’uso e allo smaltimento di un prodotto nuovo, considerando il suo intero ciclo di vita (LCA, Life cycle assessment). Secondo lo studio LCA streamlined commissionato da Altroconsumo, per esempio, la fase più inquinante del ciclo vita di uno smartphone - in termini di emissioni di CO2eq - è la produzione: ripararlo, quindi, risulta sempre meno impattante rispetto all’acquisto di un nuovo modello. Lo stesso vale per prodotti come aspirapolveri e lavatrici. 

Il discorso cambia per alcuni elettrodomestici come i frigoriferi, o per device come le stampanti. In questi casi, la fase più impattante è l’uso, soprattutto se l’apparecchio è datato ed energivoro. Sostituirlo con un modello più efficiente, in grado di ridurre i consumi, può quindi rivelarsi la scelta migliore. Per orientarsi, confrontare l’etichetta energetica del vecchio apparecchio con quella dei prodotti più recenti può essere d’aiuto, tenendo conto però che “racconta” solo una parte dei consumi di un prodotto. 

Anche la sostituzione di un prodotto hi tech guasto, poi, non è necessariamente una scelta insostenibile: tutto dipende dal suo destino. Se non finisce in discarica ma viene avviato al riuso o al ricondizionamento, infatti, può inserirsi in un modello virtuoso. Oggi esistono diverse piattaforme online che acquistano dispositivi usati, li riparano e li rimettono sul mercato offrendo ottime garanzie. Un’altra inchiesta di Altroconsumo conferma che il mercato dei ricondizionati e del second hand, che contribuisce in modo concreto alla transizione verso un’economia circolare, è in crescita. 

In ogni caso quando si guasta un prodotto che, se smaltito, diventerebbe un RAEE (rifiuti da apparecchiature elettriche o elettroniche, altamente inquinanti), la riparazione dovrebbe essere la prima opzione. Perché lo diventi davvero, però, è necessario rimuovere gli ostacoli che ancora scoraggiano i consumatori, come la fine della garanzia o la scarsa disponibilità dei pezzi di ricambio.

 

 

In arrivo la direttiva sulla riparazione: che cosa cambierà

La direttiva europea sul diritto alla riparazione (“right to repair” UE 2024/1799) nasce proprio con l’obiettivo di superare molti degli ostacoli che spingono i consumatori a desistere, optando per la sostituzione. Approvata nel 2024, dovrà essere recepita anche dall’Italia entro il 31 luglio 2026. Il suo scopo? Rendere la riparazione più accessibile, semplice, rapida e conveniente.

In concreto, la direttiva prevede che per una serie di prodotti - tra cui elettrodomestici e dispositivi elettronici - i produttori siano obbligati a offrire la riparazione a condizioni eque anche oltre il periodo di garanzia legale. Inoltre, introduce una serie di misure per migliorare l’accesso ai pezzi di ricambio, ridurre i tempi di intervento e fornire informazioni chiare sui costi, consentendo un confronto reale tra riparazione e sostituzione.

L’obiettivo è duplice: allungare il ciclo di vita di prodotti ingombranti e/o inquinanti  e ridurre gli acquisti, limitando così la mole di rifiuti e l’impatto ambientale legato alla produzione di nuovi beni. Ma, al di là delle nuove regole, come si comportano oggi gli italiani quando un prodotto relativamente costoso, come un elettrodomestico o un device tecnologico, si rompe?  

Guasti e riparazioni: cosa fanno gli italiani?

Altroconsumo lo ha chiesto a un campione di 1.000 cittadini - rappresentativo della popolazione italiana per età (18-74 anni), genere, istruzione e area geografica - attraverso un dettagliato questionario online inviato a ottobre 2025

L’indagine si concentra sulle esperienze di chi, negli ultimi cinque anni, ha dovuto fare i conti con un guasto a un elettrodomestico o a un dispositivo hi tech di uso quotidiano: smartphone, tablet, laptop, televisori, aspirapolveri e lavatrici. Di fronte a un problema gli intervistati hanno scelto di riparare o sostituire?  

L'inchiesta, però, non si è fermata qui, ma è andata anche ad approfondire le motivazioni di fondo che hanno determinato la scelta. Aspettative sulla durata dei prodotti, limiti entro cui la riparazione viene considerata un’opzione, costi sostenuti… Tutti elementi che aiutano a capire perché, ancora oggi, spesso la sostituzione vince sulla riparazione.

Le aspettative: quanto dureranno i prodotti e fino a quando si è disposti a ripararli

Quando acquistano un nuovo dispositivo o un elettrodomestico, gli italiani hanno già in mente una durata “ideale” minima del prodotto e un limite oltre il quale la riparazione viene considerata conveniente.

Dall’indagine emergono differenze piuttosto nette tra elettrodomestici e prodotti hi tech: i primi sono percepiti come beni destinati a durare più a lungo, mentre per i secondi ci si aspetta un turn over più rapido. Non a caso, la lavatrice è il prodotto ritenuto più longevo: secondo gli intervistati dovrebbe funzionare come minimo per 7 anni e 10 mesi. All’estremo opposto della classifica si collocano gli smartphone, per i quali l’aspettativa di durata minima scende a 4 anni e 9 mesi. Aspettative decisamente più basse di quanto dimostrano i dati reali.

Queste aspettative incidono direttamente anche sulla propensione alla riparazione. In generale, infatti, il limite di età entro cui si è disposti a intervenire coincide quasi sempre con la durata “attesa” del prodotto. L’unica eccezione riguarda l’aspirapolvere: a fronte di un’aspettativa di vita media di 6 anni e 7 mesi, gli intervistati dichiarano di essere disposti a prenderne in considerazione la riparazione fino a 7 anni e 5 mesi.

Le scelte reali: quanti italiani hanno optato per la riparazione

Quando il guasto si presenta davvero, però, spesso le buone intenzioni si scontrano con la realtà. Dai risultati dell’inchiesta emerge che la riparazione non è ancora la scelta prevalente: per quasi tutti i prodotti analizzati, solo circa la metà degli intervistati ha deciso di intervenire per aggiustare il guasto

Per alcuni dispositivi simbolo della tecnologia quotidiana, come televisori e tablet, la quota scende ulteriormente, fermandosi rispettivamente al 44 e al 40%. Un dato che non sorprende più di tanto. Si tratta di prodotti fortemente esposti all’obsolescenza precoce, con modelli che si rinnovano rapidamente e standard che cambiano nel giro di pochi anni, a cui fa eco una sorta di obsolescenza psicologica. Si ritiene, cioè, che il prodotto sia vecchio anche se in realtà i nuovi modelli hanno ben poco di innovativo o migliori performance, e si approfitta di un guasto per concedersi “la novità”. 

In ogni caso a incidere maggiormente sulla decisione se riparare o meno un prodotto che non funziona sono due variabili decisive: la gravità del problema e l’età dell’apparecchio al momento del guasto. Più il problema è lieve o di media entità, maggiore è la propensione degli intervistati alla riparazione. La lavatrice è l’esempio più lampante: in presenza di un problema lieve, è stata aggiustata nel 78% dei casi, quota che scende al 64% quando il problema è di media entità.

Lo stesso vale per l’età del prodotto. Quanto più l’apparecchio è giovane, tanto più la riparazione viene presa in considerazione. Un risultato che si spiega anche con la copertura della garanzia legale nei primi due anni dall’acquisto, che assicura l’intervento gratuito, azzerando le barriere economiche. Barriere che, come vedremo, rappresentano uno degli ostacoli principali (ma non l’unico) alla riparazione. 

Perché si rinuncia alla riparazione: costi, valore e ostacoli tecnici

Quasi la metà degli intervistati - e per alcuni prodotti anche di più - di fronte a un guasto ha deciso di rinunciare alla riparazione. Una scelta che nella maggior parte dei casi si tradurrà in una spesa maggiore per l’acquisto di un nuovo modello, visto che si tratta di apparecchi a cui è difficile (se non impossibile) rinunciare nella vita quotidiana.

Le ragioni della rinuncia? Freni economici, come costi di riparazione che superano il valore dell’oggetto o giudicati eccessivi, e ostacoli pratici, come guasti impossibili da riparare o pezzi di ricambio difficili da reperire. Il peso di questi fattori varia a seconda del tipo di prodotto.

Per smartphone e tablet, in particolare, incide soprattutto il rapporto tra il costo della riparazione e il valore residuo del prodotto. Tra chi non ha riparato lo smartphone, il 37% afferma che il prodotto valeva meno dell’intervento per aggiustarlo e il 27% ha giudicato i costi di riparazione eccessivi. Percentuali simili per il tablet: il 33% indica un valore ormai inferiore al costo della riparazione, il 28% spese considerate troppo alte. In realtà si tratta spesso di valutazioni che non vengono fatte con la giusta consapevolezza. Alcuni rivenditori, infatti, tendono a sottolineare come il costo di riparazione equivalga a un prodotto nuovo, ma spesso anche se si riesce ad acquistare un nuovo modello con la cifra della riparazione sarà di più bassa gamma o di minor valore. 

A queste motivazioni di ordine economico si affianca spesso il desiderio di passare a un modello più recente: il 26% degli intervistati ammette di aver rinunciato alla riparazione per acquistare uno smartphone o un tablet più aggiornato. 

Per gli elettrodomestici e gli altri dispositivi, invece, la rinuncia alla riparazione è legata più spesso a difficoltà tecniche. L’impossibilità di risolvere il guasto è il motivo principale per il 36% di chi non ha aggiustato la lavatrice e l’aspirapolvere, per il 34% nel caso dei laptop e per il 32% dei televisori. Subito dopo ricompare il fattore economico: circa tre intervistati su dieci, per esempio, puntano il dito contro i costi di riparazione troppo alti di lavatrici e televisori.

Il diritto alla riparazione come leva dell’economia circolare 

Il futuro dell'economia circolare non passa solo da una migliore gestione dei rifiuti, ma soprattutto dalla capacità di allungare la della vita dei prodotti. In questo quadro, il diritto alla riparazione rappresenta un tassello fondamentale. 

In Italia è in corso il recepimento della direttiva europea sul diritto alla riparazione, ma le norme da sole non bastano. Serve un cambio di paradigma culturale e un impegno condiviso che coinvolga istituzioni, produttori, rivenditori e consumatori. Solo così si possono superare le tante barriere che ancora oggi rendono la riparazione una scelta complessa o poco conveniente. 

Gli ostacoli alla diffusione della cultura della riparazione 

Altroconsumo partecipa al progetto europeo REPper, nato proprio per promuovere il diritto alla riparazione attraverso un approccio integrato che unisce norme efficaci, strumenti economici, innovazione industriale e cambiamento culturale. Oggi, però, l’attuazione concreta del diritto alla riparazione è frenata da diversi ostacoli:

  • culturali, legati alla persistenza di modelli di consumo “usa e getta” e alla percezione della riparazione come scelta troppo costosa o complessa;
  • economici, con costi di manodopera elevati, pezzi di ricambio spesso più cari rispetto al valore del prodotto guasto e mancanza di incentivi;
  • normativi, tra definizioni ambigue di “rifiuto” e di “bene riutilizzabile”, assenza di standard certificati per i ricambi e carenza di strumenti fiscali di sostegno;
  • operativi, come la mancanza di competenze tecniche specialistiche e la scarsa interconnessione tra gli attori della filiera della riparazione.

I fronti su cui è urgente intervenire

Per rendere la riparazione davvero accessibile, è necessario agire su più livelli.

In primo luogo sulle norme, che devono definire in modo chiaro e preciso le categorie di bene, pezzo di ricambio e rifiuto, favorendo riuso e rigenerazione. Oltre a un’attuazione rapida della direttiva, occorre fissare standard europei comuni per la certificazione dei pezzi di ricambio, anche usati. 

In secondo luogo, sono indispensabili incentivi economici e fiscali mirati, come un “bonus riparazione” sul modello francese, con contributi diretti ai cittadini e sostegni ai riparatori certificati. Sì ad agevolazioni fiscali per le imprese, i laboratori e le cooperative che operano nella riparazione e nel ricondizionamento. Sì, infine, a misure ad hoc per promuovere la formazione professionale di nuove figure tecniche (riparatori, tecnologi del riuso, designer circolari…). 

Un ruolo chiave spetta al settore pubblico, che può orientare il mercato premiando nei bandi pubblici i prodotti riparabili, ricondizionati o durevoli, privilegiando i fornitori che includono componenti rigenerate o sistemi di manutenzione prolungata, ma anche favorendo la progettazione e la creazione di centri urbani di riparazione e riuso, sull’esempio dei Repair Center olandesi.  

Informazione e trasparenza, infine, restano essenziali: via libera a campagne educative sulla riparazione, a etichette di riparabilità chiare e obbligatorie, a dati accessibili sui costi di riparazione e sulla disponibilità dei pezzi di ricambio.

In Italia non mancano le buone pratiche. La sfida è trasformarle in politiche strutturali, capaci di trasformare la riparazione in una scelta conveniente e alla portata di tutti.

Altroconsumo in Parlamento

A dicembre Altroconsumo ha partecipato a due audizioni alla Camera dei deputati e al Senato dedicate al recepimento della direttiva UE 2024/82 che punta a rafforzare la tutela dei consumatori nella transizione verde, contrastando le pratiche sleali e migliorando la qualità dell'informazione. 

Nel corso delle audizioni, Altroconsumo ha sottolineato come questa normativa rappresenti un passaggio chiave anche per il diritto alla riparazione. La direttiva, infatti, introduce nuove norme nel Codice del Consumo contro le informazioni ambientali fuorvianti e per l’adozione di etichette standard sul diritto alla riparabilità di un prodotto.

Il diritto alla riparazione, infatti, diventa reale solo se i consumatori hanno accesso a informazioni chiare, corrette, verificabili e comprensibili sulla durabilità e sulla riparabilità dei prodotti, sulla disponibilità dei pezzi di ricambio e sulle garanzie. È su questa trasparenza che si costruisce la fiducia dei cittadini e la possibilità di orientare il mercato verso modelli più sostenibili. 

Vanno in questa direzione anche le modifiche al Codice del Consumo che chiariscono le pratiche da considerare scorrette e introducono definizioni comuni per concetti chiave come durabilità, indice di durabilità e garanzia di durabilità, insieme a standard comuni armonizzati a livello europeo. Particolarmente rilevante è la nuova garanzia commerciale di durabilità: accessoria, ma vincolante se proposta dal produttore. Positiva anche l’introduzione di un’etichetta armonizzata a livello europeo e di avvisi standardizzati, a patto che siano realmente accessibili ai consumatori.  

L’attuazione delle norme, però, deve avvenire in tempi rapidi. Senza un’applicazione concreta, infatti, anche il diritto alla riparazione rischia di restare ancora una volta solo sulla carta.

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