Il cambiamento climatico non riguarda soltanto l’ambiente. I suoi effetti hanno già un costo economico misurabile e pesano sempre di più sulla stabilità dei sistemi produttivi e finanziari. A mostrarlo sono i numeri dell’ultimo report dell’Agenzia europea per l’ambiente. Tra il 1980 e il 2024, ondate di calore, alluvioni, siccità, tempeste e altri eventi estremi hanno provocato in Europa perdite economiche per 822 miliardi di euro. Se rapportiamo questa cifra alla popolazione dell’Unione, parliamo di circa 1.642 euro per cittadino. In un Paese particolarmente esposto al rischio climatico come l’Italia, si arriva a 2.500 euro pro capite. Il cambiamento climatico, dunque, presenta già oggi un conto concreto all’economia reale. E il fenomeno sta accelerando: circa il 25% dei costi complessivi si è concentrato negli ultimi quattro anni, a conferma del crescente impatto economico degli eventi.
Un’emergenza provocata
Il disastro in Nepal ha rappresentato il culmine di un’estate segnata ancora una volta dalla violenza del riscaldamento globale. In Europa, le ripetute ondate di calore hanno causato almeno 35 mila morti in più e danni stimati in 180 miliardi di euro. Il clima sta cambiando per effetto dell’alterazione sull’equilibrio del pianeta provocata dall’uomo attraverso decenni di consumo di carbone, petrolio e gas, i combustibili fossili sui quali continua a poggiare gran parte dell’economia mondiale. Ridurne l’utilizzo non avrebbe effetti soltanto sulle temperature; significherebbe anche avere bollette meno esposte alle crisi del gas, dipendere meno da Paesi instabili, respirare aria più pulita, ridurre le malattie e abitare in città più vivibili. A guidare questa transizione devono essere governi e grandi aziende: sono loro a decidere dove indirizzare gli investimenti nelle infrastrutture energetiche, quali regole adottare e con quali tempi abbandonare i combustibili fossili. Il problema è che finora il cambio direzione è stato troppo lento.
La crisi climatica crea disuguaglianze
Non dobbiamo chiederci solo quanto aumenteranno gli eventi estremi, dobbiamo anche capire chi in queste circostanze è più protetto, chi paga il prezzo più alto dell’emergenza e quali scelte pubbliche stanno aumentando i rischi per i cittadini. Di fronte al cambiamento climatico, infatti, non siamo tutti uguali. Nel mondo, e anche nel nostro Paese, esiste un forte divario nella capacità di proteggersi, reso ancora più evidente dall’aumento dei costi.
Ci sono famiglie che affrontano le ondate di calore in abitazioni che si surriscaldano e sono senza condizionatore; le coperture assicurative contro gli eventi catastrofali diminuiscono mentre i premi aumentano, diventando inaccessibili per alcuni; i prezzi del cibo sono più instabili. E quando un evento estremo distrugge case e infrastrutture, i costi della ricostruzione finiscono sempre più spesso sulla fiscalità generale, ovvero sui cittadini.
Una battaglia comune
L’impegno individuale non basta e, in realtà, non è mai bastato. La velocità con cui cresce il rischio climatico richiede soprattutto politiche di prevenzione capaci di proteggere i cittadini. Le soluzioni sono note da decenni: standard edilizi aggiornati per rendere le case più sicure, città meno impermeabilizzate per limitare il rischio idrogeologico (particolarmente elevato nel nostro Paese), infrastrutture adeguate alle emergenze, meno cementificazione, assicurazioni accessibili e trasparenti, piani sanitari efficaci e responsabilità istituzionali chiare.
Rimandare questi interventi non fa scomparire il costo della crisi climatica: significa renderlo più alto, imprevedibile e distribuito in modo ancora più ingiusto.
Europa e Italia sono più a rischio
Sono 36 i grandi rischi climatici individuati dall’ultimo report dell’Agenzia europea per l’ambiente. Più della metà richiede interventi immediati e otto sono considerati particolarmente urgenti. In questo quadro l’Italia non è semplicemente uno dei Paesi europei esposti alla crisi climatica: si trova in una delle aree considerate “hotspot”, dove si concentrano alcune delle priorità di intervento più urgenti.
Non è un problema solo di caldo
Un recente report dell’Agenzia europea dell’ambiente raggruppa 36 rischi climatici suddivisi nelle cinque aree che vediamo in basso, molto vicine alla nostra quotidianità. Lo studio chiarisce che la gravità dei danni non dipende solo dall’intensità degli eventi, ma anche dal contesto: la qualità delle abitazioni, delle infrastrutture, dei servizi sanitari...
Ecosistemi
Gli ecosistemi marini e costieri sono i più urgenti da mettere al sicuro, ma per l’Europa mediterranea l’allerta è alta anche rispetto agli incendi boschivi. Rischi per biodiversità, foreste e siccità. Questi eventi estremi possono avere ripercussioni sulla salute umana e animale.
Economia e finanza
Molti impatti climatici possono influenzare l’economia e il sistema finanziario. Da qui possono propagarsi ad altri settori economici strategici, che potrebbero essere privati di risorse, come: turismo invernale, mercati immobiliari e assicurativi, catene di approvvigionamento di materie prime e farmaci.
Alimentazione
I rischi più urgenti sono quelli per la produzione agricola, già a livello critico nell’Europa meridionale. Ulteriori impatti climatici sulla produzione alimentare possono compromettere la sicurezza alimentare del continente entro la metà del secolo.
in 5 aree
Salute
La salute è influenzata molto dalla crisi climatica, sia a livello individuale sia attraverso i rischi per il sistema sanitario. Sono necessarie azioni urgenti a fronte dell’emergenza caldo e al rischio di epidemie di malattie associate a condizioni meteorologiche estreme.
Infrastrutture
Alluvioni e inondazioni possono compromettere le infrastrutture critiche, come quelle energetiche, idriche o di trasporto, che influenzano molti aspetti della società, dalla salute all’economia.
Servono politiche solide e rapide
Alcuni rischi hanno già raggiunto livelli critici e, senza interventi decisi, molti potrebbero diventare gravi o catastrofici entro la fine del secolo. Le ondate di calore potrebbero provocare centinaia di migliaia di morti, mentre i danni economici causati dalle sole inondazioni costiere potrebbero superare i mille miliardi di euro all’anno. Ma l’entità dei danni non dipende soltanto dalla forza degli eventi climatici. Conta altrettanto quanto le nostre società sono preparate ad affrontarli. Per questo politiche efficaci possono ancora ridurre significativamente i rischi.
Molto dipenderà dalla rapidità con cui riusciremo a tagliare le emissioni, ma anche dalla capacità di adattare città, infrastrutture e sistemi di protezione a un cambiamento che, almeno in parte, è ormai inevitabile.