Gli eventi climatici estremi presentano un conto economico concreto, che tutti stiamo già pagando. Ora più che mai è urgente prendere decisioni politiche per contenere la crisi climatica in atto. Ed è l’unica possibilità per invertire davvero la rotta.
Al di là del singolo evento estremo, quali sono i settori più colpiti dalla crisi climatica e quanto riguardano la vita di tutti noi?
“Tutti gli eventi estremi causano danni che toccano l’intera società. Pensiamo alla grandinata di Cremona dello scorso agosto, che ha danneggiato 10mila automobili: altrettante persone si sono dovute rivolgere all’assicurazione, aspettare per le riparazioni, sostenere costi. E magari hanno avuto anche il tetto danneggiato, l’acqua entrata in casa. Poi ci sono settori come l’agricoltura, in prima linea da anni: subisce i danni dei temporali e della grandine, ma anche quelli della siccità. Sono tutti stravolgimenti che generano quasi sempre problemi economici. E poi c’è la sanità: in Europa si stima che i morti per il caldo siano già 35mila solo tra Spagna, Francia e Germania”.
Nell’estate 2026 infatti si è parlato molto anche degli effetti del clima sulla salute delle persone…
“Quella del 2026 finora è stata l’estate più calda di sempre: probabilmente saranno 15-20 mila i morti solo in Italia, spesso persone anziane perché più fragili, ma ci sono stati morti anche in altre fasce di età. Non dimentichiamo poi i morti sul lavoro, che fanno più notizia, pensiamo a un bracciante che raccoglie le angurie deceduto sotto il sole e che finisce sulla prime pagine dei giornali perché riguarda anche un tema sindacale. Però ci sono tanti morti silenziosi, persone che muoiono in casa per il troppo caldo e di cui non si sa nulla”.
La crisi climatica è riconosciuta come un’emergenza?
“No, non è riconosciuta come si dovrebbe. La scorsa estate abbiamo avuto le temperature minime più alte della storia, questo significa avere di notte in città come Milano e Roma temperature di 27-28 gradi, con punte di 32 gradi di minima e 45 di massima in alcune zone della Sardegna. Condizioni a cui è difficile sopravvivere senza condizionatore. Si è un po’ parlato dei rifugi climatici, ci sono città che hanno istituito centri di accoglienza pubblici dedicati soprattutto agli anziani dove c’è l’aria condizionata gratis, allora magari gli anziani al mattino vanno lì e giocano a carte tutto il giorno al fresco pagato dal sindaco, però poi quando tornano a casa se non hanno l’aria condizionata rischiano la vita”.
La siccità è un problema che esiste anche ben prima di questi picchi di temperatura, ma oggi è aumentata?
“La siccità è sempre stata grave, ma oggi è aggravata da temperature molto più alte. Quando la siccità si combina con queste nuove temperature, il consumo di acqua è molto superiore. Non era mai successo di avere 40 gradi in Pianura Padana o 48 gradi in Sicilia. Le piante evaporano di più e richiedono molta più acqua per l’irrigazione, aumenta anche il fabbisogno per gli usi civili. La siccità può significare perdere un raccolto o diminuire la produzione e cambia anche il periodo nel quale maturano gli ortaggi o la frutta. Quest’anno, per esempio, la vendemmia è anticipata di un mese e questo comporta problemi gestionali e commerciali di distribuzione nei negozi”.
Un recente studio dell’Agenzia europea per l'ambiente ha evidenziato che l’Europa e l’Italia si stanno riscaldando più rapidamente, perché?
“Il Mediterraneo è un mare piccolo, l’acqua si riscalda più in fretta. Nel 2026 è arrivato a picchi di 33 gradi e questo porta i Paesi che vi si affacciano ad avere condizioni più calde ed estreme. Inoltre, siamo vicini all’Africa e al Sahara, le cui vampate di caldo fanno presto a raggiungerci. Paradossalmente, può fare più caldo nel Mediterraneo che su un’isola dei Caraibi circondata dall’oceano. Non siamo però l’unica zona del mondo che si sta riscaldando così: nelle regioni artiche l’aumento delle temperature è ancora più forte”.
Esiste una cura per la crisi climatica?
“Si poteva fare molto 30 anni fa e non l’abbiamo fatto. Ma questo non vuol dire che adesso non sia utile fare qualcosa, perché il problema continuerà a peggiorare in futuro in relazione proprio a quello che faremo. Peggiorerà molto di più e molto più in fretta se non agiamo, mentre possiamo sperare di limitare i danni e attenuare i sintomi se facciamo una cura. E la cura la conosciamo: green economy, energie rinnovabili, strategie di cui parliamo da decenni ma che ancora non sono prese sul serio”.
Arrivati a questo punto è ancora sufficiente attivarsi individualmente per cercare di salvare il pianeta?
“Ci sono diverse scelte di cui ognuno è responsabile. Sicuramente le multinazionali del petrolio hanno ostacolato il passaggio all’energia rinnovabile per preservare i propri interessi, però anche noi cittadini abbiamo usato il petrolio per alimentare la nostra macchina, per scaldarci in casa, per prendere un aereo per fare un viaggio lontano. È difficile puntare il dito e dire sempre che la colpa è di un altro, la colpa è di tutti. Ognuno di noi può fare delle cose, cominciando a usare energie rinnovabili a casa propria, a non sprecare energia preziosa, a mangiare un po’ meno carne per ridurre le emissioni degli allevamenti. Non dimentichiamo mai che le grandi industrie non producono sulla terra per vendere su Marte, ma per vendere a tutti noi cittadini. Poi, ovviamente, i leader mondiali dovrebbero avere la responsabilità di agevolare le nostre scelte, per esempio tassando l’inquinamento, spesso però non lo fanno e preferiscono agevolare chi inquina. C’è solo un’industria che produce per non vendere né a me né a lei e che fa sicuramente tanti danni e dovremmo fermare tutti insieme: è l’industria delle armi. Stiamo investendo moltissimo denaro per fare armi, ma io non le compro e lei neanche, è un comparto gestito dai leader mondiali che porta vantaggi alle industrie che le producono. Noi, però, anche qui una responsabilità l’abbiamo: pensiamoci prima di andare a votare”.