NEWS
Altroabitare

Caldo, grandine e siccità: il nuovo clima cambia l’agricoltura. La sfida dei prossimi anni

Dietro ogni ondata di calore ci sono raccolti più fragili, costi in aumento e migliaia di lavoratori alle prese con un clima sempre più imprevedibile. Ma non mancano esempi di chi sta già trovando nuovi modi per adattarsi.

02 luglio 2026
mani raccolgono chicchi di grandine in un campo

Sembra che in questi giorni l’alta pressione che ha surriscaldato l’Italia e l’Europa intera stia allentando la morsa. Le temperature oltre i 40 gradi segnate in molte città e le notti tropicali che hanno reso difficile dormire andranno per qualche giorno nell’archivio dei ricordi. Fino alla prossima ondata di calore attesa per le prossime settimane. Il sollievo sarà probabilmente solo temporaneo: le ondate di calore sono diventate più frequenti, più intense e più lunghe rispetto al passato. E con loro stanno cambiando anche molte attività che dipendono direttamente dal clima.

Ma c’è un luogo dove le conseguenze di queste estati sempre più torride si vedono ancora prima che nelle città: i campi. Qui il caldo si traduce in riduzione dei raccolti, animali che soffrono, costi che aumentano e un lavoro sempre più difficile per centinaia di migliaia di persone. Una trasformazione che però riguarda anche chi vive lontano dalle aree agricole, perché da quei campi dipende buona parte del cibo che arriva ogni giorno sulle nostre tavole.

Il cambiamento climatico pesa sempre di più sull’agricoltura

L’agricoltura è uno dei settori più esposti agli effetti della crisi climatica. Le coltivazioni dipendono (anche) dall’equilibrio tra temperatura, piogge e disponibilità d’acqua. A cui si aggiungono eventi estremi come le grandinate, che possono compromettere in poche ore raccolti delicati come, per esempio, quelli delle ciliegie. Quando questo equilibrio si rompe, basta un fenomeno atmosferico violento o temperature troppo elevate per compromettere mesi di lavoro.

Meno acqua, più costi e raccolti più fragili

L’aumento delle temperature, d’altronde, accelera l’evaporazione dell’acqua dal terreno. Se le piogge diminuiscono o arrivano concentrate in pochi eventi violenti, la terra fatica a trattenere l’umidità necessaria alle piante.

Quando si parla di siccità si pensa spesso alla mancanza di pioggia. In realtà il problema è più ampio: con l’acqua nei terreni che evapora e fiumi e falde che si abbassano, cresce la domanda di irrigazione proprio nel momento in cui la risorsa diventa più scarsa. E questo alimenta un circolo vizioso che mette sotto pressione intere filiere agricole: per continuare a produrre diventa necessario irrigare più spesso e quindi crescono i consumi di carburante per alimentare gli impianti e serve più energia elettrica per conservare i prodotti, refrigerare il latte o ventilare le stalle durante le giornate più calde. Costi che finiscono inevitabilmente per pesare sui bilanci delle aziende agricole e, nel tempo, possono riflettersi anche sui prezzi.

Gli effetti del caldo estremo sono particolarmente evidenti nella Pianura padana, dove si concentra una parte fondamentale dell’agricoltura italiana. Qui si produce circa un terzo dell’agroalimentare Made in Italy e si trova quasi la metà degli allevamenti nazionali. Quando la portata del Po diminuisce, come accaduto più volte negli ultimi anni, le conseguenze si propagano rapidamente lungo tutta la filiera. Coltivazioni come mais, riso, soia e pomodoro diventano più vulnerabili alla scarsità d’acqua, mentre negli allevamenti il caldo riduce il benessere degli animali e può far diminuire la produzione di latte fino al 20%. Secondo le stime più recenti, gli effetti della crisi climatica hanno già provocato perdite superiori a 1,5 miliardi di euro per l’agricoltura italiana.

Dietro ogni raccolto ci sono persone

E dietro la crisi, ci sono anche le persone che da quel raccolto dipendono. Le aziende agricole devono riprogrammare semine, investimenti e irrigazione. Gli allevatori affrontano costi sempre più elevati per garantire condizioni accettabili agli animali. I lavoratori trascorrono molte ore all’aperto proprio nei giorni in cui il caldo raggiunge livelli estremi, con un aumento dei rischi per la salute e della fatica fisica.

La crisi climatica, quindi, non fa sconti a nessuno e riguarda anche il lavoro, il reddito di migliaia di imprese agricole e la capacità di mantenere produzioni agricole di qualità in un contesto sempre più instabile.

In più, modifica anche la disponibilità di acqua dolce: l’aumento delle temperature, lo scioglimento dei ghiacciai e l’alterazione del ciclo delle precipitazioni riducono le risorse disponibili, mentre gli eventi meteorologici estremi possono peggiorarne la qualità. È un problema che interessa contemporaneamente agricoltura, ecosistemi e comunità locali.

Adattarsi è diventata una priorità

Ridurre le emissioni resta fondamentale per contenere il riscaldamento globale. Allo stesso tempo, però, è necessario rendere l’agricoltura più resiliente a un clima che è già cambiato.

Questo significa investire nella modernizzazione delle reti idriche, che oggi disperdono ancora una quota rilevante dell’acqua disponibile, realizzare nuovi bacini di accumulo, diffondere sistemi di irrigazione di precisione e favorire il riutilizzo delle acque depurate. Accanto alle infrastrutture servono ricerca su varietà agricole più resistenti agli stress climatici, innovazione tecnologica e strumenti che aiutino le imprese a gestire rischi sempre più frequenti. Passare dalla logica dell’emergenza a quella della prevenzione è ormai una necessità per tutelare la produzione agricola, il lavoro e la sicurezza alimentare.

Quando una grandinata cambia il destino di un raccolto

E magari anche ripensare al modo in cui consumiamo i prodotti. Adattarsi al cambiamento climatico significa anche trovare nuovi modi per dare valore a raccolti che, fino a pochi anni fa, sarebbero stati semplicemente scartati. Un esempio arriva dalla Puglia. Qualche settimana fa una violenta grandinata ha colpito i frutteti de “Il Tuo Albero da Frutto”, una piccola azienda agricola di San Ferdinando di Puglia (nella provincia di Barletta-Andria-Trani). Le pesche, ormai quasi mature, sono rimaste segnate dai chicchi di grandine. Un danno visibile sulla buccia, ma non nella polpa: il sapore, il profumo e la qualità del frutto sono rimasti gli stessi.

Di fronte a quella che avrebbe potuto trasformarsi nell’ennesima perdita economica, l’azienda ha scelto di non eliminare quei frutti. Ha raccontato ai propri clienti cosa era accaduto nei campi e ha creato una linea dedicata, chiamata “Brutte ma Buone”, per valorizzare pesche esteticamente imperfette ma perfettamente buone da mangiare. E permettere alle persone di “adottare” quegli alberi segnati dalla violenta grandinata.

E così, con il clima che cambia, anche il modo in cui giudichiamo un prodotto agricolo potrebbe evolversi. Una pesca con qualche segno sulla buccia può raccontare una stagione difficile, ma non per questo essere meno buona. Ridurre gli sprechi significa anche riconoscere il valore del lavoro che c'è dietro ogni raccolto.