Quando pensiamo all’inquinamento ambientale ci vengono subito in mente immagini forti: una chiazza di petrolio in mezzo all’oceano, montagne di rifiuti in paesi lontani, cieli grigi a causa dello smog. Ma la realtà è che gran parte dell’inquinamento che incide sulla nostra vita quotidiana, e sulla nostra salute, è molto meno spettacolare ed è proprio questo a renderlo insidioso. È fatto di sostanze chimiche che si accumulano nel suolo, fertilizzanti che finiscono nelle falde, scarichi che non vengono depurati a dovere. In Italia questo inquinamento invisibile ha anche un prezzo pubblico: le sanzioni dell’Unione europea per i ritardi nella depurazione delle acque reflue.
Cosa sono i limiti planetari
Se AltroAbitare significa immaginare città e paesi più integrati con l’ambiente, allora la depurazione è il test più concreto: riguarda l’acqua che attraversa quartieri e campagne, e misura quanto un territorio sa prendersi cura di sé (e degli altri). Quando l’ambiente non viene protetto come dovrebbe, il conto arriva, solo che lo paghiamo in modi diversi. Da un lato ci sono i soldi pubblici: multe europee, investimenti tardivi per rimediare ai ritardi, risorse che potrebbero essere destinate ad altro. Dall’altro, ci sono i costi “indiretti”: meno benefici ambientali e sociali, più spese per gestire emergenze evitabili e incertezze burocratiche che si riflettono sui servizi. In altre parole, non rispettare le norme ambientali significa spesso pagare di più, e ottenere di meno.
Negli ultimi anni, la comunità scientifica ha iniziato a parlare con sempre più urgenza dei cosiddetti limiti planetari: una sorta di confine che definisce quanto possiamo chiedere alla natura prima che inizino i problemi più gravi. Sono stati individuati nove limiti che riguardano aspetti fondamentali: dal clima alla biodiversità, dall’uso del suolo alla diffusione di sostanze chimiche artificiali. Le ricerche più recenti mostrano che sette di questi limiti sono già stati superati. Nel concreto significa che stiamo spingendo gli ecosistemi oltre la loro capacità di reggere, un po’ come se usassimo una carta prepagata senza accorgerci che il saldo è già in rosso. E gli effetti si vedono anche a casa nostra. In molte aree d’Italia, infatti, fiumi e terreni trattengono sempre meno acqua, rendendo più fragile l’agricoltura. In altre zone, l’uso eccessivo di fertilizzanti ha creato accumuli di azoto e fosforo che il territorio non riesce più ad assorbire, con conseguenze che ricadono sulle coltivazioni, sugli ecosistemi e sulla qualità dell’acqua potabile. Intanto migliaia di nuove sostanze chimiche entrano ogni anno in circolazione senza essere testate in modo sufficiente sul lungo periodo, contribuendo a quella forma di inquinamento sottile e persistente che respiriamo, tocchiamo e ingeriamo senza quasi accorgercene.
In sintesi: non sono solo fenomeni globali. Sono aspetti che influenzano la nostra vita di tutti i giorni.
Depurazione in ritardo: perché l’Italia paga (e continuerà a pagare)
In Italia, tutto questo non è un discorso astratto: la recente condanna della Corte di giustizia dell’Unione europea per il mancato trattamento delle acque reflue urbane ne è un esempio. Dopo oltre dieci anni di richiami, Bruxelles ha deciso di passare alle sanzioni. La vicenda è iniziata nel 2014, quando l’Italia viene ufficialmente giudicata inadempiente: troppe città scaricavano le acque fognarie senza un trattamento adeguato, con rischi evidenti per l’ambiente e la salute. Da allora sono stati fatti alcuni passi avanti, ma non abbastanza: e così, nel marzo 2024, è arrivata la maxi-multa.
Lo Stato dovrà pagare una sanzione forfettaria iniziale, oltre a una penalità che scatterà automaticamente ogni semestre finché i comuni ancora in ritardo non si metteranno in regola. È un conto salato, di milioni di euro, che esce dalle casse pubbliche e quindi, inevitabilmente, dalle tasche dei cittadini. Un problema che accomuna realtà molto diverse tra loro, dal mare della Sicilia alle montagne della Valle d’Aosta, dimostrando che non si tratta di un problema geografico o sociale.
Ma il punto centrale è che i costi dell’inquinamento non finiscono con la multa, anzi. C’è tutto un impatto sommerso che entra nella nostra vita quotidiana senza che ce ne accorgiamo. Acqua non ben depurata significa fiumi e mari più sporchi, terreni meno fertili, fauna ittica più vulnerabile, peggiore qualità delle produzioni agricole. E se un territorio perde la sua immagine di luogo sano e accogliente, ne risente anche il turismo: spiagge chiuse, cattivi odori, divieti di balneazione sono colpi durissimi per ristoranti, alberghi e imprese locali.
Le conseguenze, insomma, non sono mai isolate. Un depuratore che non funziona non è solo un problema tecnico. È il motivo per cui investire nella gestione corretta delle acque reflue non dovrebbe essere visto come un obbligo imposto dall’Europa, ma come un vantaggio collettivo. Ogni euro speso per mettere a norma un impianto è un euro risparmiato, in sanità, in inefficienze o in prodotti più costosi. Ed è anche un pezzo di futuro in cui l’acqua torna a essere una risorsa e non un problema. Non solo, ma le stesse acque reflue se ben trattate, possono trasformarsi in risorse.
Quando l’acqua diventa una risorsa
Non tutte le storie legate alle acque reflue sono negative. Ci sono territori che stanno dimostrando come quello che un tempo era considerato uno scarto possa diventare una risorsa preziosa per agricoltura, comunità e imprese. È il caso di alcuni progetti italiani che stanno costruendo un modello virtuoso e circolare di gestione idrica.
Uno degli esempi spesso più citati è CAP Evolution, il programma con cui il Gruppo CAP, il gestore del servizio idrico integrato dell’area metropolitana di Milano, sta trasformando diversi depuratori in vere e proprie bioraffinerie urbane. L’idea è semplice: sfruttare le acque reflue per produrre energia, ridurre i fanghi di scarto e recuperare materiali utili, come biogas e fertilizzanti biologici. Secondo quanto riporta il gruppo, ogni metro cubo di acqua trattata può generare biomassa e bioenergia, contribuendo a ridurre i costi di gestione e le emissioni del sistema idrico. Solo nel depuratore di Robecco sul Naviglio, parte del programma Evolution, la produzione di biogas ha superato negli ultimi anni 8 milioni di kWh, pari ai consumi annui di circa 3.000 famiglie.
A centinaia di chilometri di distanza, un altro progetto sta cambiando il rapporto tra agricoltura e acqua: il nuovo impianto di affinamento delle acque reflue di San Severo, in Puglia. Qui l’Acquedotto Pugliese (AQP) e il Consorzio per la Bonifica della Capitanata hanno puntato su un sistema che consente di recuperare acqua depurata e reimpiegarla nei campi, riducendo la pressione sulle falde e assicurando risorse agli agricoltori anche durante i periodi più critici.
Ogni anno vengono così messi a disposizione oltre 3 milioni di metri cubi di acqua affinata, destinati all’irrigazione di circa 7.000 ettari coltivati da 4.000 aziende agricole. In una delle estati più calde e siccitose mai registrate, questa disponibilità aggiuntiva ha evitato la perdita di interi raccolti (dal grano duro alle ortive), e ha garantito reddito e continuità produttiva in una delle aree agricole più importanti del paese.
Grazie a questi impianti, l’acqua reflua non è più il “problema di qualcun altro”, ma un tassello fondamentale della sicurezza idrica regionale. A San Severo, ad esempio, già oggi circolano nei campi circa 100 litri al secondo di acqua affinata, e il piano regionale prevede un ulteriore aumento della capacità fino a 15 milioni di metri cubi l’anno, così da rispondere alla crescente domanda idrica e mitigare gli effetti delle estati sempre più secche.
Progetti come questi, che sono solo alcuni degli esempi virtuosi che abbiamo in Italia, dimostrano che l’acqua può essere gestita in modo più intelligente, trasformando un costo in un beneficio collettivo. Non solo riducono l’impatto ambientale, ma generano valore economico, proteggono i raccolti e aggiungono un livello di sicurezza in più per le comunità locali. In un paese che paga da anni ritardi e infrazioni nel trattamento delle acque reflue, queste esperienze mostrano concretamente che recuperare, anche con ingenti investimenti iniziali, funziona e ripaga gli sforzi sul lungo termine.