Siamo dentro ad un circolo vizioso che sta facendo crescere i prezzi dei prodotti alimentari di base. Anche se in questi ultimi mesi la crisi in Medio Oriente che sta incidendo non poco, va considerato che comunque i prezzi sono aumentati più dell’inflazione e restano molto più alti rispetto a pochi anni fa: un chilo di pane può superare i 5 euro, un litro di latte i 2 euro.
Ma questi aumenti non si spiegano solo con l’inflazione, con costi legati al mercato energetico e alle tensioni geopolitiche. C’è un fattore meno visibile, ma sempre più decisivo: i suoli sono malati, e il riscaldamento climatico non fa che esacerbare lo stress a cui sono sottoposti. Quando parliamo di suolo, spesso immaginiamo solo terra sotto i piedi. In realtà è molto di più. È un ecosistema vivo, ricco di microrganismi, acqua e sostanza organica. In pochi centimetri si nasconde ciò che ci permette di coltivare il cibo che mangiamo e che nutre allevamenti e bestiame. E, cosa ancora più importante, è ciò che permette alle colture di crescere, di resistere alla siccità o di affrontare piogge intense senza perdere fertilità. Quando il suolo si degrada, tutto il sistema alimentare diventa più fragile.
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha reso più frequenti eventi estremi come siccità prolungate e precipitazioni intense. E i suoli impoveriti o sfruttati in modo intensivo non riescono più a trattenere l’acqua quando serve, né a drenarla quando piove troppo. Vi sarà capitato di vederlo scrollando i social: l’acqua contenuta in un bicchiere non viene assorbita se il suolo è degradato e “secco”. Il risultato sono raccolti più incerti, produzioni irregolari e prezzi che oscillano sempre di più.
Olio, grano e patate e produzione a rischio
Non si tratta di essere allarmisti o catastrofisti, ma di guardare ai dati e a ciò che sta già accadendo. Alcuni prodotti simbolo della nostra alimentazione mostrano in modo molto concreto quanto il legame tra clima, suolo e prezzi sia ormai stretto. L’olio extravergine di oliva è forse il caso più evidente. Il bacino del Mediterraneo sta vivendo una fase di siccità senza precedenti e la Spagna, primo produttore mondiale, ha affrontato nel 2023 l’anno più secco dall’inizio del Novecento. In questo contesto, suoli poco resilienti hanno amplificato l’impatto della mancanza d’acqua sulle coltivazioni, contribuendo a un forte calo delle rese. Il risultato è arrivato rapidamente sugli scaffali: nell’arco di un solo anno, tra gennaio 2023 e gennaio 2024, i prezzi dell’olio d’oliva sono aumentati di circa il 50 per cento in tutta l’Unione europea.
Ma il problema non riguarda solo il Sud Europa o le colture tipicamente mediterranee. Anche in paesi con climi molto diversi, la fragilità dei suoli si traduce in prezzi più instabili. Nel Regno Unito, ad esempio, forti e prolungate piogge hanno messo sotto stress i terreni agricoli, compromettendo i raccolti di patate. In pochi mesi, i prezzi sono aumentati in modo repentino, dimostrando come un suolo incapace di assorbire l’acqua in eccesso possa essere vulnerabile tanto quanto uno colpito dalla siccità. Guardando invece al futuro, le prospettive non sono rassicuranti. In scenari di elevate emissioni, le stime indicano un possibile calo significativo della produzione agricola in diverse aree d’Europa. Nel Mediterraneo la produzione di mais potrebbe ridursi drasticamente entro la metà del secolo, mentre per il grano sono previste perdite consistenti sia in Europa occidentale sia orientale. Non si tratta solo di percentuali su un grafico, ma di una minaccia concreta alla disponibilità e all’accessibilità di alimenti di base, quelli che oggi diamo per scontati nella nostra dieta quotidiana.
Queste dinamiche contribuiscono a spiegare perché, anche dopo il picco inflazionistico del 2023, i prezzi dei generi alimentari restino elevati. In media, l’inflazione alimentare in Europa nel 2024 si è mantenuta ben al di sopra dei livelli considerati “normali” prima della pandemia. È il segnale che non siamo di fronte a una parentesi temporanea, ma a un cambiamento strutturale, in cui crisi climatica e degrado del suolo rendono il sistema alimentare più fragile e i prezzi più difficili da controllare.
Ripristinare con l’agroecologia e la biodiversità
Il degrado del suolo è spesso definito una crisi “silenziosa” perché non fa notizia come un’alluvione o una guerra, ma i suoi effetti sono costanti. In Europa, una delle aree che si riscalda più velocemente al mondo, questo problema rende l’agricoltura sempre meno prevedibile e contribuisce all’aumento e alla volatilità dei prezzi alimentari.
La buona notizia è che questa tendenza può essere invertita. Adottare pratiche di gestione del suolo sostenibili è una delle chiavi per rendere il sistema alimentare più stabile e meno costoso nel lungo periodo. Monocolture, lavorazioni profonde e uso intensivo di fertilizzanti chimici rendono i terreni più produttivi nel breve periodo, ma anche più fragili. Quando arrivano siccità o piogge intense, questi suoli reagiscono male: non trattengono l’acqua, perdono nutrienti e costringono gli agricoltori a compensare con input sempre più costosi.
Negli ultimi anni, però, sempre più aziende agricole stanno sperimentando soluzioni diverse, spesso riunite sotto il termine di agroecologia. In pratica significa riportare nei campi un po’ di complessità: alternare le colture invece di ripetere sempre la stessa, lasciare il terreno coperto tra un raccolto e l’altro con colture di copertura, ridurre le lavorazioni che rompono la struttura del suolo, integrare alberi e siepi nei sistemi agricoli. Non è un ritorno al passato, ma un modo più efficiente di usare le risorse disponibili.
Queste pratiche hanno effetti molto concreti. Un suolo coperto e ricco di materia organica trattiene più acqua durante le piogge e la rilascia lentamente nei periodi secchi. Le radici migliorano la struttura del terreno e riducono l’erosione. La maggiore biodiversità, sopra e sotto terra, rende le colture meno vulnerabili a parassiti e stress climatici. Tutto questo significa rese più stabili nel tempo, anche in condizioni meteorologiche difficili.
La nuova politica agricola europea
Seppur fortemente criticata durante la sua stesura, con le piazze europee divise tra chi chiedeva più tutele ambientali e chi temeva un eccessivo carico burocratico per le aziende, la nuova Politica Agricola Comune (PAC) 2023-2027 segna comunque un punto di svolta trasformativo. Per la prima volta, l’Europa ha introdotto gli "Ecoschemi", destinando almeno il 25% dei pagamenti diretti esclusivamente a quegli agricoltori che adottano volontariamente pratiche amiche del clima e del suolo. In Italia, questo si traduce in incentivi concreti per l'inerbimento delle colture arboree, la rotazione biennale per migliorare la fertilità dei terreni e la riduzione dell'uso di fitofarmaci. La PAC non è più solo un sistema di sussidi alla produzione, ma tenta di diventare una sorta di assicurazione collettiva: finanziando la resilienza dei suoli, l'Ue punta a stabilizzare i redditi agricoli e, di riflesso, a proteggere i consumatori dalla volatilità dei prezzi causata dai cambiamenti climatici.
Dal punto di vista economico, il vantaggio è altrettanto chiaro. Suoli più sani richiedono meno fertilizzanti e meno interventi correttivi, riducendo la dipendenza da input costosi e spesso importati. Questo aiuta a spezzare almeno in parte il legame diretto tra aumento dei costi di produzione e aumento dei prezzi sugli scaffali. Proteggere e ripristinare il suolo non è quindi solo una scelta ambientale, ma una strategia concreta per rendere il sistema alimentare più solido. In un contesto di clima instabile, investire nella salute dei terreni significa ridurre il rischio di shock produttivi e difendere il potere d’acquisto dei consumatori. Se il pane costa di più, spesso non è solo colpa dell’inflazione: è anche il segnale che il sistema che lo produce è sotto stress. Non possiamo permetterci di dare per scontato ciò che invece è sotto ai nostri piedi e, letteralmente, ci sostiene.