L’allarme della tazzina al bar presto a 2 euro, scattato a fine agosto, agita un Paese come il nostro, dove il caffè è un piacere irrinunciabile. Un vero rito. E - come spesso accade di questi tempi - per giustificarlo sono stati tirati in ballo i cambiamenti climatici. Accusati, questa volta, di essere i principali responsabili dei forti rincari dei prezzi della materia prima (caffè verde) i quali, a catena, potrebbero far impennare anche quelli del nostro caffè. Le cose non stanno esattamente così. Primo: il clima che minaccia i raccolti certo incide sulle quotazioni del caffè verde, ma non è l’unica causa dei rincari, quest’anno esplosi nonostante una produzione record (attività speculative?). Secondo: il prezzo finale del caffè che consumiamo è determinato da vari elementi e il costo della materia prima non è certo tra quelli più rilevanti.
La tazzina al bar a due euro
La notizia rimbalzata ad agosto da un ombrellone all’altro - “presto la tazzina al bar arriverà a costare 2 euro!” - non poteva non destare una certa preoccupazione nel nostro Paese, dove ogni cittadino consuma quasi 6 kg di caffè all’anno e nessuno si sognerebbe mai di rinunciare alla tazzina del risveglio o dopo pranzo. Solita bufala estiva o minaccia reale, allora?
Visto che allarmi del genere scatteranno ancora e che non tutto si può spiegare sempre o solo con i capricci del meteo, chiariamo il vero peso dei cambiamenti climatici sul caffè verde e perché il prezzo del caffè al bar difficilmente toccherà i 2 euro nei prossimi mesi, come paventato. Questo a prescindere dall’andamento dei prezzi della materia prima da cui si ricava, il caffè verde, che dallo scorso anno continuano a lievitare e che nell’ultimo periodo sono schizzati verso l’alto. Basti pensare che, rispetto al 2019, a luglio del 2024 il suo prezzo è aumentato del 133%. Da cui l’allarme che la stessa sorte sarebbe presto toccata anche alla nostra intoccabile tazzina. Con tutta probabilità non sarà così.
Il costo della caffè verde pesa poco sul prezzo finale della tazzina
Il prezzo finale della tazzina al bar e del barattolo di caffè acquistato al supermercato, infatti, è determinato da molti elementi. Tra questi, il prezzo della materia prima non sembra essere il più rilevante. Per dare un’idea, abbiamo provato a fare una stima utilizzando i dati medi e, a luglio, 2024 il costo del caffè verde di appena 6 centesimi circa.
Parliamo del prodotto grezzo coltivato ed esportato principalmente dal Sudamerica, in particolare da Brasile e Colombia, e dal Vietnam. La produzione globale di caffè verde subisce forti variazioni da un anno all’altro soprattutto (ma non solo) per effetto delle condizioni meteorologiche, a cui la pianta è molto sensibile. Negli ultimi anni, i cambiamenti climatici hanno spesso colpito i raccolti e la produzione non è sempre stata in grado di soddisfare una domanda dei Paesi importatori (Italia compresa) in continua crescita negli ultimi anni. In questo contesto, altamente instabile, è naturale che si creino tensioni sui prezzi e si inneschino movimenti speculativi, che accentuano la variabilità delle quotazioni internazionali del caffè verde.
I dati preliminari sulla produzione per il 2024, tuttavia, sono ottimisti e stimano una produzione di materia prima molto elevata: parliamo della cifra record di 178 milioni di sacchi di caffè verde (un sacco corrisponde a 60 kg), che dovrebbero essere finalmente in grado di coprire la domanda mondiale. E, almeno in teoria, anche di allentare la tensione sui prezzi, facendoli calare. Eppure oggi non si vedono ancora i segnali di un’inversione di tendenza, alimentando il sospetto che dietro ai rincari ci possano essere movimenti speculativi che nella minaccia climatica (seppure reale) trovano un alibi perfetto.
Con quali conseguenze sui prezzi al dettaglio del caffè, cioè quello con cui prepariamo la moka a casa? Per rispondere può essere utile mettere a confronto l’andamento dei prezzi del caffè verde e del caffè in polvere sul lungo periodo.