“Una delle domande che mi fa più sorridere è: come hai deciso di diventare un’attivista? Spoiler: non ho deciso io, hanno deciso gli altri. Io ho solo smesso di stare in silenzio”. A soli 28 anni, Nogaye Ndiaye è una delle voci italiane più potenti sui temi del razzismo e dei diritti civili.
Giurista, scrittrice e divulgatrice, ogni giorno raggiunge migliaia di persone attraverso la sua pagina Instagram @leregoledeldirittoperfetto, i libri, gli incontri nelle scuole e i workshop in ogni angolo del Paese. Il suo obiettivo non è convincere chi la ascolta, ma offrire strumenti perché ciascuno possa costruire in autonomia uno sguardo più consapevole sulla realtà. E lo fa con un linguaggio diretto, unico: impossibile non stare ad ascoltarla.
L’ironia e la satira nell’universo di Nogaye sono strumenti per far arrivare concetti complessi a più persone possibile e aprire una breccia in pregiudizi che si perpetuano nei secoli. “Le parole non descrivono semplicemente la realtà, contribuiscono a crearla”, ripete spesso nei suoi post e nelle tavole rotonde a cui partecipa.
Ma da dove nasce tutto questo? “Ho iniziato a raccontare la mia storia, quella delle persone che mi assomigliano, storie che da individuali sono diventate collettive, in una vasta eco che urla a gran voce: è successo anche a me. E invece non deve più succedere a nessuno”. Per raccontare la storia di Nogaye bisogna partire da Noghina.
La storia di un’identità riconquistata
La storia inizia a Trezzano sul Naviglio da una bambina nata da genitori senegalesi che, per rendersi meno “diversa” e più “invisibile”, italianizza il proprio nome in Noghina, simile a Martina, non a caso la protagonista del suo secondo libro. Anni dopo, Nogaye Ndiaye rivendica ogni sillaba del proprio nome: “Porta la mia storia, è ciò che sono, e io finalmente sono la versione più vera di me stessa”. Nogaye è un omaggio alla mamma del capo religioso di suo padre; Ndiaye nella cultura senegalese è associato al leone, uno dei simboli della sua terra d’origine.
Due viaggi in Senegal diventano un passaggio fondamentale: il confronto con le sue origini le permette di far pace con la propria storia e di non sentirsi più divisa tra due mondi. Ma il processo di riappropriazione della sua identità passa soprattutto dalla conoscenza. Durante l’adolescenza Nogaye scopre la scrittura, poi studia Giurisprudenza all’Università Milano-Bicocca. Una scelta dettata dalla necessità di trovare risposte al disagio che l’accompagna fin dall’infanzia. “Mi ero resa conto che quando cercavo di argomentare quello che succedeva nella mia vita – racconta – tutto veniva ricondotto alla mia sensibilità. Ma io, nel profondo, sapevo invece che c’era qualcosa di sbagliato. Allora ho deciso letteralmente di trovare le prove”.
Per cinque anni studia il diritto, il razzismo, i diritti civili, il colonialismo e il modo in cui le disuguaglianze vengono costruite e perpetuate. “Mentre mi documentavo, ho pensato: io non sapevo queste cose, le ho scoperte solo adesso. Cosa posso fare nel mio piccolo?”.
Da studentessa a divulgatrice
La risposta arriva quasi per caso, in piena pandemia. “Durante il Covid, in un periodo in cui non riuscivo a studiare e soffrivo di attacchi di panico, ho scoperto su Instagram i profili di studenti che raccontavano la loro realtà universitaria. Mi sono detta: ‘Che bello!’”. Nasce così “Failure is a part of success” (il fallimento è una parte del successo), la prima versione della pagina che oggi tutti conoscono come @leregoledeldirittoperfetto, allora dedicata esclusivamente alla vita universitaria. “All’inizio non facevo nemmeno vedere il mio viso. Venivano riprese solo le mani, con le mie splendide unghie mentre riassumevo tomi di diritto” racconta Nogaye.
La svolta arriva quando ritrova un vecchio quaderno di poesie scritto da bambina. “Ho deciso di postare un video mentre leggevo la poesia da cui è nato il titolo del libro, mostrando per la prima volta il mio viso. In poco tempo è diventato virale e mi sono detta: adesso prendi coraggio e prova a metterci la faccia!”.
Da quel momento la pagina cambia rotta. “Ho iniziato a raccontare tutto quello che imparavo dai libri, facendo il parallelismo con quello che succedeva nel nostro territorio. E piano piano il profilo è diventato quello che è adesso”. Uno spazio dove il diritto incontra la vita quotidiana: sentenze, studi e teorie escono dalle pagine e dalle aule accademiche per entrare nelle conversazioni comuni. E dove temi complessi – come il razzismo nei suoi ingranaggi più invisibili e la decolonizzazione – diventano accessibili a tutti senza perdere profondità. “Io non voglio usare un linguaggio accademico, perché non sto parlando con il professore, ma con tutte le persone come me” sottolinea Nogaye.
È questa la filosofia che guida @leregoledeldirittoperfetto, forte di una community in continua crescita. Le ragioni del successo? “La mia storia non è certo unica. La grande differenza è che ho capito che non basta essere una persona con una caratteristica identitaria per parlare di razzismo: bisogna informarsi, capire come funziona il sistema, ma senza diventare arroganti. Cerco sempre di ricordarmi che anch’io ho dovuto scoprire delle cose e questo mi aiuta a evitare la presunzione di dire: adesso te lo spiego io! No, io non ti spiego niente, ti racconto una storia”.
È anche per questo che all’etichetta di “attivista” preferisce quella di “divulgatrice”: il suo obiettivo non è convincere, ma condividere informazioni e conoscenze: “Io do gli strumenti, poi ognuno farà il suo percorso in autonomia”.

Il linguaggio di Nogaye contro i pregiudizi
La forza di Nogaye sta proprio nella capacità straordinaria di rendere accessibili concetti complessi grazie a un linguaggio chiaro, diretto, privo di fronzoli. “Una delle muse del mio percorso è la femminista bell hooks (in minuscolo, come voleva lei), che cercava di rendere il femminismo accessibile a tutte le donne”.
E poi c’è il tono che utilizza nei suoi video, molti dei quali si aprono con un allegro “Buonsalve, fellas!”, ormai diventato quasi marchio di fabbrica. Un modo per accorciare le distanze, avvicinare le persone. Come il suo lessico personale, fatto di espressioni ironiche e neologismi come “exajerata”, la definizione che lei stessa ha coniato per la sua vita vorticosa, fuori dagli schemi.
L’ironia per Nogaye non è una fuga dalla realtà: è un modo più leggero per attraversarla. “I miei format più ironici sono così perché sono… esaurita! Cerco di non ammalarmi e di affrontare tutto con l’ironia”. Ma è soprattutto uno strumento efficace per aprire una crepa nelle convinzioni più radicate. Attraverso il paradosso e il ribaltamento dei punti di vista riesce a mostrare l’assurdità di molti stereotipi senza trasformare ogni confronto in uno scontro.
Un approccio simile attraversa i suoi libri. “Fortunatamente nera” è il racconto del suo viaggio intimo per riappropriarsi della sua identità; in “Universo parallelo” capovolge il mondo, immaginando un’Africa dominante e un’Europa marginalizzata, per costringere il lettore a interrogarsi su ciò che considera normale. “Sono due libri molto diversi che segnano il cambio radicale del mio percorso. Il primo è un libro intimo, personale, è stato difficile scriverlo. Durante il tour di presentazione c’è stato lo schiaffo con la realtà, che mi ha devastato il sistema nervoso. Il secondo libro, infatti, è pieno di rabbia, si percepisce la frustrazione per una situazione che continua a peggiorare. Nel primo libro dedico qualche pagina alle microaggressioni, il secondo è interamente sulle microaggressioni. Questo è molto triste”.
Dalle microaggressioni al razzismo sistemico
Le microaggressioni sono uno dei temi a cui Nogaye dedica più spazio. Le definisce spesso “gomitate involontarie”: piccoli gesti, battute e parole che vengono liquidati come scherzi, ma che, ripetuti all’infinito, finiscono per lasciare ferite profonde. In uno dei suoi video, racconta: “Una comica inglese ha definito l’everyday racism “death by a thousand cuts” (morte per mille piccoli tagli). Il pugno in faccia o il ne*ro di m… fanno male, ma anche vedere ogni giorno la tua esistenza messa in discussione, invalidata e sminuita”.
Qui si arriva a uno dei punti centrali del suo lavoro: il razzismo è un sistema che si alimenta anche attraverso comportamenti quotidiani apparentemente innocui. “Il problema in Italia è che viviamo nella fase della negazione. È molto difficile trovare delle soluzioni se dobbiamo ancora convincere le persone che il problema razzismo esiste”.
Secondo Nogaye, non è una questione di “buoni” o “cattivi”, né di responsabilità individuale. Il problema è la difficoltà ad assumersi una responsabilità collettiva. “Quando lavoro con aziende o associazioni, inizio sempre dicendo: ‘Io sono razzista’. E tutti mi guardano stupiti. Ma siamo veramente tutti e tutte razzisti, perché viviamo e respiriamo in un ambiente profondamente razzista. È molto arrogante pensare di non essere razzisti. Anche noi persone nere interiorizziamo il razzismo. Se io riesco a dirlo senza vergogna, perché non puoi farlo anche tu?”.
Per Nogaye il razzismo non si ferma ai comportamenti individuali: dalle piccole aggressioni quotidiane bisogna risalire ai sistemi di pensiero che le rendono possibili. È in questo spazio, tra esperienza personale e strutture collettive, che si inserisce il tema della decolonizzazione. Nei suoi interventi spiega che decolonizzare non significa cancellare la storia o sentirsi colpevoli per il passato, ma riconoscere che molte categorie con cui ancora oggi interpretiamo il mondo sono nate all’interno di rapporti di dominio e continuano a produrre disuguaglianze. “L’educazione decoloniale è imparare a guardare la realtà con uno sguardo critico, chiedendosi da dove arrivano le idee che consideriamo normali, chi le ha costruite e chi invece è stato escluso dal racconto”.
Per questo invita a interrogarsi sulle parole che usiamo ogni giorno e sul loro significato. “Ogni volta che usiamo un termine non stiamo solo comunicando un’informazione, stiamo anche trasmettendo una visione del mondo”, ricorda nei suoi video. Termini come etnia, extracomunitario o clandestino, apparentemente neutri, se usati a sproposito finiscono per consolidare gerarchie e stereotipi. Per Nogaye la decolonizzazione comincia proprio da qui: dal linguaggio, dall’educazione e dalla scuola, dalla capacità di costruire uno sguardo critico capace di riconoscere i meccanismi discriminatori, primo passo indispensabile per riuscire a scardinarli.
La responsabilità di una società intera
Il razzismo è un problema che non riguarda solo il singolo, ma l’intera società e le istituzioni. “Non mi interessa che al mondo esistano persone razziste. Il problema è quando queste figure sono legittimate a esserlo fuori da casa loro e nelle istituzioni. La prima cosa che bisognerebbe fare è delegittimare la loro presenza all’interno degli spazi istituzionali”, denuncia Nogaye.
Negli ultimi anni, racconta, il clima è cambiato. E non certo in meglio. “La mia non è negatività, ma realismo oggettivo. Più vado in giro, più perdo le speranze. Quello che abbiamo notato io e le persone che fanno quello che faccio io è un peggioramento rispetto al 2020. Oggi mi sento molto impotente e a volte penso: forse siamo noi a dover andare via”. È una disillusione maturata negli incontri nelle scuole, nelle biblioteche, nei festival, lontano dalla bolla dei social. “Quando ho iniziato il tour del mio primo libro, mi volevo strappare i capelli. Mi sono detta: oddio, ma il mondo è davvero così?”.
Nell’ultimo periodo Nogaye confessa di essere piena di rabbia e frustrazione. “Io e la mia famiglia stiamo persino pensando di tornare a vivere in Senegal. È una cosa molto brutta, ma siamo stanchi di vivere in un Paese che non ci vuole”. Una riflessione dolorosa che scaturisce da una stanchezza profonda, accumulata dopo anni trascorsi a spiegare ciò che dovrebbe essere ormai evidente: “Non posso pensare di essermi ridotta ad andare in giro città per città per convincere il prossimo che siamo degli esseri umani. Non è vita questa”. Eppure, nonostante questa visione sconsolante, Nogaye lascia aperto uno spiraglio.
La speranza passa da un risveglio individuale e collettivo delle coscienze. “Io spero che non si arrivi a toccare un punto più basso di questo e che sia giunto il momento in cui tante persone si mettono la mano sulla coscienza per decidere che non vogliono far parte di una società che si sta autodistruggendo, perché tutti stanno male oggi. Se noi tutti ci svegliassimo e ci mettessimo insieme, potremmo costruire un’alternativa”.
La vera alternativa passa dalla capacità di rompere la logica della guerra tra poveri, di investire nella scuola, nella sanità, nella cultura e nel pensiero critico, di mettere in campo politiche che la smettano di ragionare per slogan, ma che si impegnino a migliorare concretamente la vita della collettività. Solo se le persone stanno bene, sostiene Nogaye, si può togliere terreno all’odio e costruire una società davvero più giusta.
«Mangeresti in un piatto in cui tutti hanno sputato?»
A chi l’accusa di essere un’ingrata perché denuncia il razzismo nel Paese in cui è nata e cresciuta, Nogaye risponde con una metafora che racchiude il senso più profondo del suo modo di essere. “Una delle cose che mi è stata ripetuta quando ho iniziato, come dicono in molti, a ‘lamentarmi’, è che sono un’ingrata che sputa nel piatto in cui mangia. Ora io lo chiedo a voi: mangereste in un piatto nel quale tutti hanno sputato? Un piatto in cui c’è un grande miscuglio di dolore al gusto di discriminazione? Io sinceramente no!».
È una metafora che non cerca compassione, ma responsabilità. Perché per Nogaye il cambiamento nasce da un lavoro personale, lento e spesso faticoso. “Bisogna investire tempo nell’autoformazione. Il primo passo per cambiare le cose è capire perché funzionano in un certo modo. Bisogna decolonizzare la propria mente, fare un percorso individuale”.
Per Nogaye la conoscenza è l’antidoto più efficace contro il pregiudizio. “Nel 2026 l’ignoranza è una scelta molto consapevole, perché gli strumenti per informarsi ci sono ovunque. Prima bisogna sistemare i propri pensieri. È un percorso lungo e difficile, ma poi il cambiamento arriva quasi da sé”. È questo il messaggio che affida ogni giorno ai suoi “fellas”, la comunità che la segue sui social: non limitarsi a guardare la realtà, ma imparare a leggerla con maggiore consapevolezza. “Quando capisci come funziona il sistema, quelle gomitate involontarie non le dai più”.