Quando vado al ristorante, da solo o in compagnia, è mia abitudine spegnere il mio smartphone e invitare gli altri commensali a fare altrettanto, perché, rubando una frase del Commissario Montalbano, “quando mangio non voglio distrazioni”, ma anche perché il desco deve essere conviviale, luogo di forte significato sociale, che va oltre il semplice atto del mangiare. È lo stare insieme, che infonde buon umore e promuove il benessere psicologico.
Accanto al nostro tavolo una famigliola: padre, madre, bimba di 5 anni e ragazzo di 11. Ognuno con il suo telefonino acceso. Il padre riceve continuamente telefonate di lavoro, a cui risponde, facendoci anche conoscere, nostro malgrado, il loro contenuto. La madre chiama la sorella per sapere come va. Il ragazzo gioca alle corse in pista e, quando supera un ostacolo, grida alla vittoria. Ma la più impensabile è la bimba che, con il suo telefonino appoggiato al bicchiere, guarda appassionatamente, tra un boccone e l’altro, Il Re Leone.
Fortunatamente c’erano tavoli liberi e abbiamo chiesto al cameriere di essere spostati da questa abbuffata di digitale.
Ma quali sono i valori di questa famiglia? Se i genitori usano il telefono durante il pasto, il bambino interiorizza che quello è un comportamento normale e lo segue. Ed è quello che sta avvenendo.
Mentre mangiare insieme, senza distrazioni, rafforza il legame familiare e aiuta a costruire un rapporto positivo con il cibo.
Quella sera la nostra discussione si concentra su queste problematiche. Quali insegnamenti sono stati dati ai figli e quali i pericoli nascosti legati ad una forchetta che entra in bocca automaticamente e che agisce su una non consapevolezza del cibo, ci chiediamo.
La ricerca scientifica concorda su un punto: mangiare davanti a uno schermo cambia il modo in cui mangiamo. Quando l’attenzione è catturata da un video o da un gioco, il cervello presta meno attenzione al cibo e ai segnali del corpo. Fame e sazietà passano in secondo piano.
Il rischio però non è solo quello nutrizionale. L’eccessivo uso di cellulari nei bambini può alterare lo sviluppo cerebrale, soprattutto nelle aree del linguaggio, della memoria e della connettività neuronale, e può portare a difficoltà di apprendimento. Pochi genitori sanno che si può instaurare una vera e propria dipendenza da cellulare (nomofobia): un campanello d’allarme è l’irritabilità e reazioni violente quando il dispositivo viene rimosso; i bambini mostrano una ricerca ossessiva dello schermo appena svegli, trascurano attività quotidiane, hobby e relazioni sociali per stare online.
Il documentario “Crescere davanti a uno schermo” mostra che i bambini passano 2-3 ore al giorno con tablet e smartphone già in età prescolare. Da quel che oggi sappiamo, un bambino su due in Italia ha già usato queste forme di tecnologia prima dei 2 anni, uno su cinque anche prima dell’anno di vita, quindi quando ancora non ha iniziato a parlare. Ciò può comportare una serie di problemi cognitivi. Se il bambino impara a usare queste tecnologie prima di iniziare a parlare, il rischio è quello di focalizzare la conoscenza sul qui-e-ora dello stimolo specifico, piuttosto che sulle relazioni tra oggetti e la loro persistenza al di fuori del momento immediato di interazione.
Cosa fare? Non vietare, ma educare e controllare. Ma contro questo allarme ormai conclamato e diffuso, alcuni Paesi hanno introdotto restrizioni o divieti sull’uso degli smartphone nelle scuole, per migliorare la concentrazione e le relazioni sociali. Anche l’Italia, con la circolare del Ministero dell’Istruzione del 16 giugno 2025, ha decretato lo stop ai cellulari in classe, comprese le superiori e durante l’intervallo, dal prossimo settembre. Con ciò seguendo una linea diffusa in molti Paesi europei, come in Spagna, dove le 17 comunità autonome hanno introdotto divieti in materia; in Francia; in Grecia, dove il divieto è assoluto e la motivazione è garantire un ambiente di apprendimento più efficace; in Belgio, in Finlandia, dove gli studenti potranno utilizzarli solo su autorizzazione e per motivi didattici o di salute e nel caso di infrazione è previsto il sequestro; in Danimarca, dove è in vigore il divieto di utilizzare lo smartphone nelle scuole per gli studenti fino a 17 anni; In Norvegia, dove il divieto è totale per le scuole elementari, mentre a livello intermedio e alle superiori l’utilizzo è consentito durante alcune pause.
Ma abbiamo detto che più dei divieti possono l’educazione e i controlli e su questa considerazione molti studi convergono. L’Oecd (Organisation for economic co-operation and development) ha analizzato ad ampio raggio l’impatto dell’uso degli strumenti digitali nella vita di bambini e adolescenti, fornendo termini di percentuale dell’uso di dispositivi digitali e il tempo passato davanti agli schermi, sia nel tempo libero sia durante lo studio e le attività a scuola, coerenti con l’età del bambino, con la misura in cui i dispositivi vengono utilizzati dai coetanei, dai genitori e dalla comunità che circonda i bambini e come questi e altri fattori contestuali influiscano sull’impegno e sulle pratiche dei bambini con le risorse digitali. Insegnanti, scuole e sistemi educativi devono svolgere, insieme alle famiglie, un ruolo fondamentale nell’aiutare i bambini a sviluppare competenze di alfabetizzazione digitale e di cittadinanza, a comprendere i rischi digitali e a gestire situazioni problematiche online.
Vietare i telefoni in classe può ridurre le distrazioni e migliorare la concentrazione, ma far rispettare questi divieti fuori dalla classe è difficile. Solo se la disciplina all’uso del digitale è interiorizzata e condivisa può portare risultati positivi.